(doc) "+ o – il sesso confuso" di Andrea Adriatico e Giulio Maria Corbelli

+ o - il sesso confusoUna campitura blu oltremare (Derek Jarman dal suo anello di Saturno sorride con aria complice) scandisce il passo di un percorso lungo quasi quarant’anni, portando in scena un acronimo che trascina molte vite. E’ l’ Aids, Sindrome da Immunodeficienza Acquisita. A spezzare il silenzio è la macchina industriosa di Andrea Adriatico e Giulio Maria Corbelli, alla guida del pluripremiato documentario “+ o – il sesso confuso; racconti di mondi nell’era dell’Aids”. Novanta minuti di testimonianze in sequenza, circa una trentina, per permettere alla risacca dell’era dell’Aids di restituire i suoi “reduci”. Vivi, prima di tutto. E portatori ciascuno di una buona novella. Si alternano attivisti del mondo LGBT, medici e addetti ai lavori, testimoni diretti perché portatori del virus dell’Hiv, o spettatori coatti del suo manifestarsi sulle scene della pubblica opinione. Trenta monologhi dalla stessa poltrona bianca, in viaggio fra Bologna e Roma, per descrivere un purgatorio che ha porte e finestre, e di cui si è imparato ad allestire le stanze. Con dolore, ma anche con grinta.

scena film Il film ricostruisce l’evoluzione di una malattia che ancora oggi galleggia negli acquitrini dello stigma sociale, affondando, riemergendo, smuovendo i fondali del rimosso e le sue contraddizioni. Il sesso, primo interlocutore, che ne esce confuso: qual è la sessualità insostenibile e quale la sessualità sostenibile? Quale la via della “liberazione complessiva” attraverso il corpo, come si chiedevano un tempo i promotori della scoperta di sé? La traiettoria attraversa gli anni ’70 e ‘80: le droghe, i grimaldelli “new wave” per “guardare le cose che sembravano difficili da capire”, l’erotismo come naturale dispositivo di militanza politica. Il nascente movimento omosessuale, e i giocosi cento metri sui tacchi a spillo che ne avrebbero segnato, con tutt’altra serietà, l’accidentato percorso di riconoscimento sociale. E poi il morbo misterioso, da alcuni interpretato come il giusto contrappasso per gli “appestati dell’amore”: sono gli anni del “cancro gay”, come venne battezzato all’inizio, prima della caduta libera verso un’inaspettata ecatombe di anime, perlopiù giovani, perlopiù senza etichette che ne attestassero l’orientamento sessuale. “Tanta gente ha rifiutato di lavorarci, perché aveva una paura folle”, spiega una ricercatrice intervistata, incrociando la voce con il sacerdote che ricorda gli oggetti dei morti in solitudine, mai richiesti dai familiari. Sono gli anni ’90 della “malattia che marchia” e della medicina in affanno con le prime “cure compassionevoli”, dei contorni viola sugli schermi tv e della psicosi collettiva. Anni di ceneri umane sparse dai compagni nei giardini del potere, per pretendere l’accesso ai farmaci non registrati dalle major. Fino al settembre del ’95, con il primo farmaco decisivo per la prognosi dei malati, e così la rinascita. E i suoi nuovi punti interrogativi. Il film insiste soprattutto su questo, con qualche peccato veniale da licenza poetica e una colonna sonora decisamente non all’altezza, che nell’economia generale del lavoro figura come una nota a margine. Importantissima l’unità finale, che chiama in causa i giovani d’oggi, l’attitudine al pregiudizio di stampo marcatamente (questo sì) contemporaneo, e il clamoroso silenzio istituzionale sul protrarsi del virus (solo nel 2009 l’Istituto Superiore di Sanità ha registrato 4000 nuovi casi di sieropositività e 1200 casi di Aids conclamato, con maggiore incidenza negli individui eterosessuali). Forse controversa, come sempre lo è la realtà dei fatti, la digressione sui meccanismi di resistenza all’uso del preservativo, che insiste un attimo più del dovuto sulle filosofie dell’astensionismo consapevole e dei suoi adepti, offrendo al resto del mondo una sponda d’attracco a forte rischio di scarsa consapevolezza. Finalmente diretto, infine, l’atto di accusa ai guerriglieri del bon ton linguistico, che anziché nominare il profilattico e promuoverne l’uso, preferiscono appendere una generazione agli angoli vivi delle loro croci. Con un pudore virulento e sottile, ultimo oltraggio all’intensità blu oltremare del mantello di certe Madri.

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