(doc) "Sandokan", di Sergio Spina

autoritratto di francesco sandokan schiavone rinvenuto nel suo bunkerNon è tanto la storia di Ciccio 'Sandokan' Schiavone, sanguinario boss dei Casalesi nella Nuova Camorra Organizzata in ascesa a fine anni 80, il nuovo film di una firma storica della televisione e del documentario italiani come Sergio Spina, quanto un tentativo di catturare la percezione, la eco delle guerre tra clan, gli effetti di tanta violenza sulla vita quotidiana, la mentalità e i costumi dell'umanità che si è trovata a vivere in quelle stesse zone che i killer della Camorra si spartivano a colpi di cadaveri.
Da un lato, Spina ha il romanzo-testimonianza omonimo di Nanni Balestrini, fatto di ricordi d'infanzia che si svelano come incubi, più che accuse – reso con la situazione trainante del giornalista che registra il racconto di un testimone dell'ascesa di Sandokan nella zona. Dall'altro, una serie di ricostruzioni con attori delle pagine salienti del libro, in cui le limitazioni del basso budget diventano sfide per le felici soluzioni di una inventiva molteplice: i bozzetti a matita del protagonista che disegna quello che vede, il piano sequenza nell'abitacolo del furgoncino che fa manovra mentre si sentono gli spari della celebre strage di Torre Annunziata, le soggettive, la riuscita caratterizzazione dei siparietti di 'TeleCapera', ovvero il flusso delle notizie che piano piano diventano leggenda nel passaggio tra i luoghi deputati della verità – la sala del barbiere, il bar, le balconate, i pranzi conviviali.
In mezzo – mentre parallelo alla narrazione scorre il binario delle indagini per arrestare 'Sandokan' nascosto nel bunker sotto la sua villa gigantesca innalzata a immagine e somiglianza di quella di Scarface – brani di interviste a funzionari di polizia, responsabili di associazioni locali e della CGIL, la coriacea testimonianza di Rosaria Capacchione.

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Dove però Spina compie il lavoro più interessante è sull'utilizzo delle immagini di repertorio provenienti dalle Teche RAI, spesso montate su musiche impreziosite dai vocalizzi di Raiz. E' qui che la storia di Sandokan si astrae in maniera maggiore mentre scorrono sezioni dedicate a fenomeni solo apparentemente trasversali di quegli anni, come il ruolo delle donne nei clan, l'arrivo di Maradona a Napoli, il terremoto dell'Irpinia, i lavori di costruzione dei kilometri di cunicoli sotterranei che servivano a Schiavone e ai suoi per spostarsi in paese e che pare si siano scavati da soli, il business del macero per la frutta prodotta in eccesso…all'improvviso, di fronte ad un nuovo titolo di tg o testimonianza raccolta dagli studenti di sociologia, ti colpisce l'epifania che oramai questo tipo di repertorio, con le sgranature di un betacam impolverato, la scritta RAI a caratteri cubici in un angolo, le acconciature e le mode ingiallite, si sia sostituito al nostro passato – sia diventato la nostra unica memoria.
I segni, le tracce della storia di Francesco Schiavone, semmai le dimenticheremo, sono già il reperto di un passato che queste immagini raccontano rimpallandoselo tra di loro, un lungo discorso intrecciato e inascoltato, che si dipana tra gli scarti di un'informazione che da decenni insegue la notizia mentre invece inquadra instancabilmente le code dell'occhio della Storia, i residui del presente, la scia delle ricostruzioni sempre colpevolemente a posteriori.