DOCUMENTARI DA OSCAR

oscar 2011 invito
Voglia di ribellione e di arte agli Oscar 2011. Questa volta insieme ai temi ambientali ed economici, tipici del mainstream da Oscar, soprende la presenza dell’arte, come strumento di lotta alla disuguaglianza ed all’omologazione di massa. É inoltre importante sottolineare che quattro dei documentari nominati nella categoria lungometraggi agli Oscar 2011, hanno partecipato al Sundance Film Festival nel 2010. Questo la dice lunga sulla direzione che l'Academy sta prendendo

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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di Giuseppe Sorrentino

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In un mondo iper-tecnologico e veloce, che sembra aver dimenticato la dimensione umana, fa sicuramente piacere vedere riaffermata, con i documentari nominati quest’anno all’Oscar, l'importanza dell'arte, sia nel nostro quotidiano, sia come forma di resistenza alla cultura di massa. In almeno tre di essi, infatti, distribuiti sulle due categorie (lungometraggi e cortometraggi), l'arte è una possibilità di riscatto dalle brutture della globalizzazione (Waste Land), una prospettiva diversa per una vita distrutta dalla guerra (Poster Girl) o un fondamentale strumento di ribellione all'omologazione delle identità nella società post-postmoderna (Exit through the Gift Shop). É inoltre importante sottolineare che quattro dei documentari nominati nella categoria lungometraggi agli Oscar 2011, hanno partecipato al Sundance Film Festival nel 2010. Questo la dice lunga sull'importanza di quello che succede ogni anno a Park City in gennaio e anche sulla direzione che l'Academy sta prendendo.

Exit throught the gift shopCome spiegare altrimenti la presenza di un film perturbante, che decostruisce gli establishment artistici ed intellettuali – anche e sopratutto di Los Angeles – come l'esordio di Banksy, Exit through the gift shop? È soprattutto il vedere in lizza questo documentario "altro", trionfo del doppelganger e dell'artista che resiste, fantasma in un mondo iconico e "connected", a sorprenderci positivamente. Racconta la storia dell'invenzione di un uomo vero, Thierry Guetta, che prima è documentarista dell'artista Banksy e poi diventa artista nel documentario di Banksy; un gioco di alter ego ed illusioni creative che fanno da eco al lavoro segreto di quello che è molto probabilmente l'artista di street art più importante di tutti i tempi. Il film, che ricorda per certi versi, lo Zelig di Woody Allen, è innanzitutto l'ennesima provocazione di Banksy, questa volta in forma di video, ma anche una rivelazione per quanto riguarda il suo potenziale narrativo e la capacità di far cadere ogni barriera tra finzione e realtà. In un anno in cui ci si è interrogati molto sul destino della nostra prospettiva sul mondo e sul reale (Catfish, Inception, The Social Network), è interessante osservare il confortante punto di vista di un artista ribelle che ci invita alla resistenza attraverso l'anonimato. Restrepo è il risultato di un anno trascorso da Tim Hetherington e Sebastian Junger con un plotone di marines in Afghanistan, nel posto più pericoloso della guerra, la valle del Korengal, dove i soldati sono costretti a confrontarsi con pericolose sacche di resistenza talebana e l’ostilità delle tribù della zona. Restrepo è soprattutto il nome di un soldato al quale i suoi commilitoni dedicano l’accampamento più vicino alle linee nemiche, continuamente preso d’assalto, che si trasforma in spazio simbolico della precarietà psicologica e fisica a cui sono sottoposti questi giovani eroi. Ed è questo, in effetti, il punto focale su cui si concentrano i due registi, che raccontano senza retorica – come già ha fatto la Bigelow l’anno scorso – l’esperienza di quella guerra che anche Obama continua a giustificare, allontandola dalla politica e avvicindola al cuore di quei ragazzi che la combattono. 

 

Waste landIn Gasland, John Fox è coinvolto in prima persona nelle vicende che decide di raccontare: il film prende infatti spunto dalla richiesta fatta allo stesso Fox di concedere alcuni terreni di sua proprietà alla compagnia Halliburton per lo  sfruttamento di gas naturali, attraverso la nuova tecnica del “fracking”. Il fracking sembra facilitare di molto l’estrazione, ma con vari dubbi sulla effettiva sostenibilità ambientale di questo processo. John Fox parte dunque alla ricerca di maggiori informazioni in tutto il paese per scoprire assurdità fantascientifiche, come l’acqua “infiammabile” della Pennsylvania. A rendere interessante questo documentario è anche il tono malinconico con il quale Fox decide di narrare questa storia di violenta espropriazione della natura americana. L’approccio apocalittico che mostra un’umanità sconfitta ed asservita alle esigenze del mercato. Charles Ferguson in Inside Job sceglie la voce di Matt Damon per raccontare il collasso finanziario del 2008 che, negli Stati Uniti, ha significato la perdita di casa e lavoro per milioni di persone. Ferguson insegue politici, giornalisti e naturalmente operatori finanziari, alla ricerca di verità, scontrandosi però, nella maggiorparte dei casi con un muro di omertà e complicità. Waste Land di Lucy Walker è forse il film che tra tutti gli altri in concorso ha quella marcia in più per potersi assicurare la vittoria: innanzitutto una seducente storia sul potere trasformativo dell'arte, che dalla miseria e dalla povertà può portarti ad una vita migliore; poi l'ottimismo delle storie che strappano lacrime; ed infine una bellissima colonna sonora di Moby. Il film, che è già stato definito lo Slumdog Millionaire dei documentari, segue l'artista newyorkese Vik Muniz nel suo viaggio da Brooklyn alla discarica di Jardim Bramacho in Brasile, dove incontra le vicende umane di un gruppo di “catadores”, coloro che dei rifiuti di quella discarica ci campano. Muniz presenta loro il mondo dell’arte, offrendogli la possibilità di immaginare in maniera diversa la loro esistenza. 
 

poster girlL’altra sezione, quella dei documentari brevi, sembra in un certo modo riprendere, in piccolo, i temi fondamentali affrontati dai lungometraggi, che però godono comunque di un’esposizione mediatica maggiore.
Killing in the name di Jed Rothstein, vede come protagonista Ashraf Al-Khaled, un semplice “promesso sposo” che ha visto il sogno della sua vita infrangersi quando un terrorista di Al-Queida, il giorno del suo matrimonio ha ucciso suo padre ed altri 26 membri della sua famiglia. Da allora, Ashraf cerca di rompere una sorta di taboo all'interno della comunità islamica, facendo sentire la sua voce contro il terrorismo di matrice religiosa. Il film di Rothstein insegue il suo protagonista in giro per il mondo, mentre cerca aprire gli occhi a tutti coloro che vedono nelle violenza una soluzione a problemi che sono di natura molto più profonda. Anche nella categoria documentari corti, si fa sentire la presenza delle guerre statunitensi nel mondo e delle loro conseguenze in casa. Sara Nesson, alla sua opera prima, racconta una storia tutta al femminile in Poster Girl. Robynn Murray è una cheerleader diventata soldatessa che finisce sulla copertina della rivista Army Magazine, incarnando l'ideale della donna combattente. Il documentario della Nesson però, narra un altro aspetto della sua vita: quello che si nasconde dietro la copertina di un giornale, quello di una persona provata dalla guerra, che cerca di riconciliarsi con la sua vita attraverso l’esperienza artistica.  
 

sun come upStrangers no More di Karen Goodman e Kirk Simon fa sentire con prepotenza e con poesia le voce degli emarginati, degli ultimi del mondo. Ci riesce raccontando la commovente storia di una scuola di Tel Aviv, la Bialik-Rogozin, che accoglie bambini rifugiati da 48 paesi e che permette loro di cominciare una vita, all’insegna della tolleranza, del rispetto reciproco, dell’incontro tra culture e religioni. Sun come up, che ha già fatto incetta di premi nei più svariati festival, affronta la questione del cambiamento climatico dal punto di vista delle tante minoranze inascoltate e dimenticate che caratterizzano il nostro pianeta. La storia è quella degli abitanti delle isole Carteret in Papua Nuova Guinea, che vedono scomparire la loro terra, a causa dell’impatto locale di avvenimenti globali ai quali non hanno per niente contribuito. Sono perciò costretti a cercare nuovi territori abitabili, in una regione colpita da una violenta guerra civile. Ma soprattutto, a colpire del documentario diretto da Jennifer Redfearn e Tim Metzger è la storia di una lenta, ma inesorabile perdita di identità di un intero popolo che vede estinguersi, davanti ai propri occhi la propria cultura. La questione ambientale è il tema portante anche di The Warriors of Qiugang, documentario sulla nuova e moderna Cina alle prese con la miopia di burocrati ed industriali senza scrupoli, che mirano al profitto danneggiando intere popolazioni. Ruby Yang racconta la storia di in un gruppo di semplici contadini che dalla remota provincia di Anhui riescono a portare la loro lotta contro l’inquinamento delle acque fino al centro del potere, a Pechino, offrendo a noi spettatori la possibilità di riflettere sui mali della modernità globalizzata.

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