DOCUMENTARIO – D'Anolfi e Parenti. Di alcune figure del cinema del reale

massimo d'anolfi e martina parentiCos’è una figura? Un figura del cinema? Una figura estetica, qualcosa che ricorre nelle forme cinematografiche attuali? Strana domanda da cui iniziare: apparentemente semplice (chi è che non saprebbe dire cosa sia una figura?); eppure, se ci soffermiamo sul suo senso più profondo, la risposta non è poi così scontata. Ci può venire in aiuto Deleuze (e Guattari), con le sue folgoranti sintesi e creazioni terminologiche: « le figure estetiche sono potenze di affetti e di percetti». Ecco, allora si potrebbe declinare così la risposta:  la figura è una “potenza”, nel senso che le figure estetiche operano, producono, realizzano effetti di senso e soprattutto emozionali, sensoriali, percettivi e, in ultima istanza, di pensiero.

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Sono riflessioni che nascono a partire da altre riflessioni, da esperienze di visione e condivisione che spingono (ogni volta, inesorabilmente) a riflettere sulle forme del cinema più sperimentale e interessante. Ecco allora la possibilità di un gioco delle forme e delle figure, un gioco che metta sul tavolo una geometria delle passioni filmiche, che mostri alcune delle modalità (antiche e moderne al tempo stesso: nel caso delle figure non conta e non interessa quanto esse siano antiche) con cui il cinema del reale riconfigura l’esperienza cinematografica.

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il castelloParlare di cinema significa allora anche rintracciare delle figure. Il primo spunto per questo percorso  proviene dalla conversazione con Massimo D’Anolfi e Martina Parenti su “Sentieri Selvaggi magazine” (http://www.sentieriselvaggi.it/rivista/SentieriselvaggiMagazineN.10.pdf).

Conversazione densa, in cui quello che è in gioco è proprio, in fondo, ritrovare quelle figure operative che pensano il cinema effettivamente, che lo fanno, cioè, essere, nel vero senso della parola. I due registi lo affermano in fondo in poche parole: «il cinema è questo, è soffermare gli occhi su una realtà e rimostrarla. È stabilire una relazione diversa tra autore, realtà e spettatore. È creare una triangolazione nuova». Ecco una figura geometrica, il triangolo, i cui vertici sono ovviamente lo sguardo dell’autore, quello dello spettatore e quello che si decide essere la realtà. Il movimento tra questi vertici, lo spostamento continuo degli sguardi permette di costruire nuovi effetti di percezione. Basti pensare al passaggio, coerente e creativo tra i due ultimi film realizzati dalla coppia, Il castello e Materia oscura, il primo girato a Malpensa, il secondo realizzato in Sardegna, in una zona che per decenni è stata utilizzata come test per armi di distruzione di ogni tipo.

materia oscuraLa forza di una nuova triangolazione, nei due film, è ciò che permette di ripensare e di rivedere dei luoghi, uno assolutamente comune e riconoscibile (un aeroporto frequentato e importante come Malpensa), e l’altro apparentemente vuoto, disabitato, abbandonato, senza passato e senza storia. Eppure, il lavoro sui luoghi e sugli spazi, sui tempi dell’attesa e dell’irreggimentazione dei corpi (controlli, interrogatori, verifiche, attese, file, certificazioni, timbri) di Il castello, “rimostrano” appunto qualcosa di conosciuto, filmandolo in modo totalmente nuovo, in una nuova triangolazione. La stessa cosa accade in Materia oscura, questa volta però attraverso un costante lavoro di svuotamento dello spazio. I luoghi di Salto di Quirra, in Sardegna, dove si svolge il film, sembrano apparire nella loro fragrante irrealtà, come luoghi che lo sguardo filmico carica di memoria, di storia ma che non possono essere filmati se non al presente. Se ne Il castello i corpi sono sottoposti ad un processo di irreggimentazione nella logica del controllo dell’Aeroporto, in Materia oscura essi diventano quasi invisibili, fantasmatici, oppure segnati dal tempo, dalle intemperie, dal silenzio della storia che circonda quei luoghi che per anni hanno visto compiersi esperimenti nucleari. Una nuova triangolazione degli sguardi permette allora di spostare l’attenzione  e lo sguardo su luoghi che trasformano la nostra esperienza della realtà. Una nuova triangolazione, nell’esperienza del cinema di D’Anolfi e Parenti, che ripensa la tradizione del cinema politico e surreale ne Il castello e quella del cinema di fantascienza post apocalittico in Materia oscura. Soffermare gli occhi su una realtà  rimostrarla, dunque implica una nuova geometria dello sguardo e delle passioni. La figura del triangolo, del Tre (figura più complessa di quella dialettica del Due) si riflette inoltre nella tripartizione del film. La struttura di Materia oscura, infatti, si basa sull’intersecarsi di tre sguardi e tre modalità di racconto. Nella prima parte lo sguardo lavora le immagini di repertorio, le immagini del passato di un territorio segnato dai test militari. La traccia d’archivio permea allora la memoria e agisce sotterraneamente anche nei percorsi successivi, quelli che seguono l’indagine scientifica di un geologo e quello che segue le dinamiche di vita dei pastori che abitano (al tempo stesso fantasmi e corpi reali) quel territorio. L’apertura “senza confini” del territorio sembra allora rovesciare le tante “chiusure” degli spazi e degli sguardi che caratterizzavano Il castello, e costituiscono un ulteriore tassello per l’elaborazione di quella figura della triangolazione che di fatto attraversa molto del cinema documentario contemporaneo.

 

IL CASTELLO

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MATERIA OSCURA

 

 

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