DOCUMENTARIO – Del fiume come cinema: De Oliveira

In un suo recente saggio, Thomas Elsaesser proponeva di rileggere teoricamente il cinema come energia (psichica, dinamica, meccanica), come movimento energetico che coinvolge corpo e macchina, soggetti e dispositivi. La suggestione è forte e ritorna alla mente dopo la visione di un breve documentario che è al tempo stesso un frammento e un testamento: Um século de energia di Manoel De Oliveira. Film non finito – come Eyes Wide Shut di Kubrick, il film era in fase di post produzione quando il regista morì – il secolo di energia di De Oliveira si dispiega di fronte ai nostri occhi sotto molteplici forme, evocate, tracciate come brevi segni, pennellate rapide e poetiche che di fatto legano insieme, appunto, un secolo di cinema. Il breve film, realizzato per l’azienda portoghese EDP è uno straordinario concentrato di cinema del reale: musica, corpi, immagini del passato e del presente si fondono e si incontrano sfiorandosi in una messa in scena semplice ed essenziale e, proprio per questo straordinariamente poetica. Ritornando negli stessi luoghi in cui aveva filmato Hulha Branca, nel 1932, De Oliveira condensa le immagini del film giovanile con inquadrature degli stessi luoghi girate nel 2015, mentre musicisti e danzatrici suonano e ballano in una grande stanza vuota, dove, in una parete scorrono le immagini di due tempi diversi. Immagini di un fiume, del vento, del sole, e immagini di corpi e volti che ne ricavano energia, anche solo stando essi vicino.

Um século de energiaIl documentario come atto di memoria o, meglio, come interrogazione, cortocircuito della memoria. Le immagini del 1932 che si sovrappongono, o aprono, a quelle del 2015, mentre la musica e la danza attraversano e accarezzano quelle immagini. Ecco l’essenza del documentario, che è quello di interrogare la distanza, di tempo o di spazio tra luoghi e sguardi, di rimontare le tracce, non per restituirle ad una origine, ma proprio per mostrare l’impossibilità di una origine.

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Ancora, il documentario come puro movimento. Le immagini del fiume, ora come allora, sembrano condensare, in un ulteriore cortocircuito temporale, l’acqua che scorre come pura immagine del cinema, riflesso e trasparenza, opacità e movimento che accomuna tutti i film/fiume della storia del cinema, evocando le immagini della Senna di Vigo e di Renoir (e in ogni caso, quanti fiumi nel cinema di Renoir…), di Antonioni (Gente del Po) come, più recentemente, del Tagliamento in Rumore bianco di Fasulo o in L’estate di Giacomo di Comodin. Lo stesso Antonioni, in fondo, qualche anno prima di realizzare Gente del Po, teorizzava sul fiume come movimento cinematografico più che letterario.

Infine, il documentario è racconto, narrazione, ma con mezzi e forme che non sono necessariamente dati a priori, che scorrono dal rapporto con un luogo, una situazione, un evento o un corpo; o che nascono dalla necessità di ritrarsi, nel doppio senso di raccontarsi e nascondersi, così come queste immagini sembrano fare raccontando tutto il cinema di De Oliveira in soli 15 minuti. Immagini finali che diventano tutt’altro che un testamento, tutt’altro che una nostalgica resa. Questo piccolo dono rimane e rilancia il cinema del reale come forma viva, aperta, poetica; momento di spazio/tempo in cui il documento non si immobilizza mai in un monumento puramente celebrativo e in fondo vuoto. Ecco perché, oltre ad essere l’ultimo film del maestro portoghese, Um século de energia è anche un film che raccoglie e restituisce il cinema come forma energetica e viva, memoria del presente.

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Versione integrale Um século de energia

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