DOCUMENTARIO – Del ritorno (impossibile e necessario)

---------------------------------------------------------------------

---------------------------------------------------------------------

anything can happenSiamo nell’anno 1843, in Danimarca. È in questo periodo che viene dato alle stampe un libro particolare, la cui modernità, la cui attualità crescerà con il tempo: Gjentagelsen (La ripresa), di Soren Kierkegaard. La ripresa, il ritorno, il tornare là dove si è stati: un movimento impossibile, ammonisce il filosofo danese, eppure un movimento che esiste, purché non lo si confonda con il ricordo, la reminiscenza: «perché ciò che si ricorda è stato, ossia si riprende retrocedendo, mentre la vera ripresa è un ricordare procedendo». Cosa ha a che fare questo concetto con le forme del cinema del reale contemporaneo? È presto detto.

--------------------------------------------------------------------

--------------------------------------------------------------------

La vera ripresa è un ricordare procedendo. Un tornare là dove si è già stati e scoprire così che non si ritorna mai, ma che si riprende nel doppio senso della parola, che è anche, perché no, cinematografica. È anche in questo che il cinema documentario mostra la sua particolarità. Nel tracciare un tempo, un luogo, dei corpi e degli eventi e nel lasciare sempre aperta la domanda su cosa resta di quel tempo quando la macchina da presa o la videocamera li abbandona. Ritornare su un “set” particolare, che è al tempo stesso “costruito” e reale. Il cinema ha continuamente “ripreso” i suoi set, spesso altri sguardi hanno ripercorso le tracce di film non finiti, dimenticati, abbandonati. Lo ha fatto Mika Kaurismaki in Tigrero, portando Sam Fueller e Jim Jarmusch in Mato Grosso sul set di un film mai finito, o Fellini che non smette in Block notes di un regista o Intervista di tornare sul set de Il viaggio di G. Mastorna, oppure Rogério Sganzerla  che ritorna  in Nem tudo è verdade sui luoghi dove Welles ha girato It’s All True.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma non è questo l’importante. Ciò che conta è il fatto che le forme del ritorno siano sempre, anche se in modi diversi, delle riprese, e quindi delle riflessioni sul tempo del mondo, su un tempo passato e “caduto in pellicola” come avrebbe detto Bazin, a cui non si smette di ritornare. Certo, si potrebbe dire che, ad ognuno di questi film sembra più adattarsi la pratica di un ricordo, di una nostalgia, di un pensiero del ritorno o della restituzione, o, ancora del risarcimento e del riscatto. Tutti film mai finiti, mai portati a termine quelli di cui si parla.

anything can happenSi tratta allora di pensare un altro senso della parola “ripresa”, quello appunto più intimamente, segretamente legato ad un “io” filmante, che ritorna nei luoghi dove una traccia della realtà si è inscritta, dove un frammento di tempo è diventato pellicola. Nel 1995, Marcel Lozinski, uno dei grandi documentaristi del cinema polacco (a cui il festival dei Popoli ha appena dedicato una retrospettiva) gira uno dei suoi capolavori, Anything Can Happen, in cui un bambino (suo figlio Tomek) si aggira tra gli spazi di un parco di una grande città polacca, parlando con degli anziani che passano il loro tempo all’aperto seduti su delle panchine. Le domande dirette del bambino parlano chiaro, senza filtri, di vita e di morte, di amore e di tempo che passa. Uomini e donne rispondono, sinceramente, direttemente. Il film scorre lungo quelle conversazioni, registrandole, tracciandole, quasi consapevole che il tempo mortale offrirà a quelle due generazioni così lontane solo il tempo di un film per potersi incontrare, per poter veramente parlare insieme.

Dodici anni dopo, Lozinski gira un altro film che, sin dal titolo riprende il primo: If It Happens. Tomek, ora diciottenne, si aggira ancora tra le panchine, ora vuote, del parco. Osserva silenzioso gli stessi luoghi, ma lo spazio è privo di persone. Solo delle immagini emergono, dei riflessi. Sono le immagini del primo film, che il giovane Tomek sembra osservare in un continuo (e falso, impossibile) controcampo. Il ragazzo diciottenne osserva e parla con se stesso bambino, in una sorta di cortocircuito temporale impossibile, come appunto una ripresa. Tutto può accadere, tutto è possibile, recita il titolo del primo film. Di fronte agli sguardi degli anziani, il piccolo Tomek dice loro che si incontreranno di nuovo, tra vent’anni, cento anni, seicento. Uomini e donne ormai giunti alla soglia della vita sorridono. Eppure, al cinema, si è come uomini che non sono ancora un “Io”, si è di fronte alla pura possibilità (tutto può accadere). Possibilità che è anche insita in una ripresa, in cui qualcosa accade (se accade). Come il fatto che lo stesso Tomek parli in una sorta di campo/controcampo impossibile con se stesso bambino, non tanto per sancire l’unicità di ogni momento nel tempo che un film rappresenta, ma per ricordare ancora una volta che la ripresa è un ricordare procedendo, andando avanti, come diceva Kierkegaard. E che questo è anche il segreto movimento di un cinema del reale, in cui anything can happen, if it happens.

 

 

ANYTHING CAN HAPPEN

 

 

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"