DOCUMENTARIO – Sul lavoro del film

quadernodelcinemarealeLa sempre crescente – e ormai accertata da tempo – onda lunga del documentario contemporaneo, il suo espandersi in modo costante, diversificandosi e sovrapponendo forme e linguaggi, attesta ancora una volta che il cinema del reale (con tutte le ambiguità del termine, lo ripetiamo fino alla noia) è forse la tendenza più feconda del cinema contemporaneo. Ma se questo è facile riconoscerlo, meno facile è riconoscere che questa nuova tendenza deve necessariamente stimolare nuove ipotesi critiche. Se infatti la critica ha un senso, se il suo discorso è fecondo, questo ha a che fare con la sua capacità di essere una scrittura (o uno sguardo) aperta, che costruisce i suoi concetti a partire dall’incontro con nuove visioni, nuove immagini e non da categorie prefissate.

Come affrontare criticamente il cinema del reale? Riconoscere che lo sguardo documentario è comunque cinema, che in esso si riconosce la ripresa e il montaggio, la narrazione, il set e i corpi al lavoro, gli elementi cioè che di fatto unificano ogni operazione cinematografica è necessario, ma non basta.Non basta perché in ogni caso il cinema del reale è strettamente legato al “lavoro” del film, nel doppio senso dell’espressione. Lavoro che il film opera sul reale (visto, percepito, rielaborato, immaginato, deformato), e lavoro inteso come processo di formazione, ideazione e realizzazione del film. È soprattutto in questa seconda accezione del termine che può svilupparsi una nuova critica, o una critica che lavori e costruisca in modo nuovo il proprio sguardo. Il lavoro del film.

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Esce in questi giorni una nuova rivista, un nuovo progetto editoriale che offre, dal punto di vista di cui stiamo discutendo, diversi spunti interessanti. La rivista si chiama “Quaderno del cinemareale. Rivista sui processi creativi del documentario”, e sin dal titolo dichiara esplicitamente la propria linea teorica e operativa. La rivista nasce per iniziativa di un gruppo di persone legate in vario modo all’Associazione dei documentaristi Toscani e che è stato in grado nel tempo di costruire una rete di collaborazioni diversificate (registi, critici, studiosi, organizzatori di festival) tesa a portare avanti un progetto teorico particolare: quello di creare una piattaforma in cui sguardi, pratiche e scritture diverse possano trovare uno spazio di incontro. Uno spazio che non si pone ex post, vale a dire non ragiona sul film, sulle immagini come “prodotto” concluso e determinato, ma al contrario entra all’interno dell’immagine come processo, del lavoro del film documentario come tempo di lavoro e di trasformazione, che nel cinema del reale costituisce forse uno degli elementi più determinanti. Filmare eventi o tracce di eventi, corpi che sfuggono in tutto o in parte alla possibilità di controllo significa accettare la dinamicità, la processualità del reale (e di fatto, del cinema).

Ecco allora in che modo la rivista lavora su cantieri aperti, dialoga con i registi sui progetti aperti, sui work in progress, sul lavoro in fieri. Dal progetto del film su Piergiorgio Welby, alla ricostruzione del complesso lavoro che ha portato alla realizzazione di un film sorprendente come TIR di Alberto Fasulo, fino al lavoro sui luoghi e gli spazi in cui un film può o deve aver vita: l’elemento comune a queste sezioni è il tempo, il tempo del lavoro di un film, il tempo che rimane nelle immagini finali, il tempo che ci costringe a pensare il film non come immediatezza, come squarcio di presente, ma come condensazione.

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Tutti questi elementi infatti costituiscono parte integrante di uno sguardo che non vuole essere solo un’occasione per gli addetti ai lavori, ma anche offrire spunti di riflessione critici e teorici, appunto finalizzati alla possibilità di elaborare una “Nuova” critica (le virgolette sono d’obbligo per limitare la portata retorica del termine “nuovo”), vale a dire una critica che ragioni sulla temporalità del film intesa come qualcosa che non si limita al qui e ora della sua visione, ma al tempo condensato (spesso lungo e frastagliato) che ne ha consentito la realizzazione; una critica che veda in una immagine la possibilità di una scelta anche non prevista (o spesso non prevista). Perché la riflessione teorica sia anch’essa un progetto, una possibilità di scoperta e non di conferma.