DOCUSFERA #2 – Incontro con Yervant Gianikian

All’interno della rassegna di Sentieri Selvaggi, abbiamo incontrato l’autore di Pays Barbare. L’incontro è stata l’occasione per una panoramica a 360 gradi sul cinema di Gianikian e Ricci Lucchi

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Prosegue la rassegna di Sentieri Selvaggi dedicata al documentario italiano, con il contributo e il patrocinio della Direzione generale Cinema e audiovisivo – Ministero della Cultura. Arrivati alla sesta giornata di questa seconda edizione, è il momento dell’incontro con Yervant Gianikian che si svolge al termine della proiezione del documentario del 2013 Pays Barbare che lo stesso Gianikian ha realizzato, come sempre, con Angela Ricci Lucchi e presentato a Locarno Film Festival e alla 31esima edizione del Torino Film Festival.

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La conversazione con il regista parte dalla constatazione dell’estrema attualità che permea un film come Pays Barbare, realizzato nove anni fa e che racconta, attraverso il recupero di preziosi materiali d’archivio, l’Italia colonialista di metà anni ‘30 del secolo scorso.

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Stavo cercando di ricordarmi di quello che stava accadendo nei giorni in cui presentavamo il film a Locarno (2013) e in quei giorni il tema di attualità era l’ennesima ricandidatura di Berlusconi; ecco, già questo era inquietante. Oggi è ancora più complicato. Per quanto riguarda l’evoluzione del fascismo negli anni, le sue differenze col passato o i suoi canoni immutati, come combatterla? Noi la combattiamo con dei film, con delle immagini, come abbiamo sempre fatto. All’interno del film ci sono degli elementi di contrasto, abbiamo questo corpo del Duce e la frase di Italo Calvino che parla di come quest’uomo avesse compiuto molti massacri senza immagini mentre, una volta morto era pieno di immagini del suo massacro. Infine aggiungeva – anche se stata inserita nel film – che ogni dittatore doveva tenere sul comodino questa immagine di Mussolini a Loreto.”

Questa immagine di Mussolini assume più volte nel cinema di Gianikian le forme di un incubo che ritorna, come nel documentario del 2018 I diari di Angela / Noi due cineasti, che si chiude con le celebrazioni annuali del duce a Predappio.

Era credo il 1993 ed eravamo Lugo di Romagna, abbastanza vicini a Predappio e avevamo una vecchia 16 mm con un po’ di pellicola all’interno in bianco e nero, una pellicola scaduta. Era, se non sbaglio il centenario della nascita di Mussolini e sentivamo la polizia con le sirene mentre sotto di noi sfilavano questi combattenti dell’Etiopia con le loro divise, gli elmetti e tutto il resto. Tutto era vecchio e mangiato dalle tarme. C’era anche un po’ di Buñuel perché vedevamo dei nani su dei carretti spinti a mano. Ad un certo punto è passata Edda Ciano mentre Angela esclamava “Dietro ogni cipresso c’è un fascista fesso”. Ritornando al frammento di piazza Loreto, era all’interno di una bobina di 80 metri sufficientemente piccola per essere messa in una tasca. Tutto quel materiale era stato sequestrato dagli alleati alla fine della guerra, erano anni che intendevamo usarlo e, forse, useremo la parte inutilizzata perché ne abbiamo sfruttata poca. Intendo raggiungere un orizzonte completo su Mussolini e il fascismo attraverso materiali sempre nuovi. Ci sarà una riflessione sul mestiere della guerra e l’espressione dell’erotismo negli anni del fascismo, attraversando la seconda metà degli anni ’30. Ci interessa il comportamento degli uomini spediti in Africa dal regime fascista.”

Tornando con la mente alle immagini di Pays Barbare, le domande si soffermano sulla rappresentazione all’interno del documentario degli italiani nella loro “orripilante normalità”. È interessante come questa idea di normalità si trasferisca anche nelle immagini. In questo senso, l’erotismo coloniale viene concepito come la ripresa di una normalità, percepita attraverso delle immagini comuni.

Si, sono immagini che diventano comuni anche per come le manovriamo. È curioso perché questo gruppo di operai della Caproni aveva delle conoscenze molto in alto: ad esempio, appare Galeazzo Ciano, il comandante della squadriglia ma anche altre figure di spicco. Il tutto affiancato a questa esaltazione rappresentata dalle letture dei telegrammi di Mussolini che dice: Vogliamo tutto, anche la testa dell’Imperatore.

A proposito dell’Imperatore d’Etiopia, mi sono riletto lo straordinario pezzo scritto dall’Imperatore Hailé Selassié che denuncia e descrive l’uso del Gas da parte dell’esercito italiano, più volte negato dai fascisti. Selassié parla di come questa pioggia velenosa colpisse uomini e animali e racconta dell’odore insopportabile prodotto da queste bombe. Si chiede se gli aviatori italiani si rendano conto di quello che stanno facendo, approcciando la guerra come un gioco. Avevamo anche delle riprese, recuperate in modo rocambolesco, di quando tenne questo discorso.”

Una riflessione sicuramente non trascurabile riguarda il tema della pellicola, a cui forse oggigiorno non siamo più abituati e il particolare utilizzo di Gianikian e Ricci Lucchi dei negativi. Gianikian racconta cosa significhi lavorare sulla pellicola, specialmente sui materiali in deperimento, riportandoli alla luce.

Abbiamo filmato tutta la pellicola con la pellicola, anche se poi il film non è stato realizzando con la pellicola. Le parti in negativo, invece, le abbiamo girate in digitale anche perché avevamo una grande possibilità di filmare tutto nonostante qualcosa non sarebbe entrato nell’opera finale. I filmati su pellicola a volte sono così rovinati che non riesci a girarli, in digitale, invece, riesci ad assorbire tutto. Il digitale è stata una vera scoperta per noi, l’avevamo utilizzato anche per un film del 1997 intitolato Lo specchio di Diana.

Vedere i film di Gianikian e Ricci Lucchi è soprattutto un metodo per scovare cosa si nasconde dietro le immagini, per leggere e interpretare, mettendo in connessione le diverse immagini all’interno di un vastissimo repertorio.

“Ci interessano i materiali per quello che nascondono, per quello che non si vede. Trovando i diversi filmati, ci interessa quello che c’è scritto intorno. Si deve leggere, leggere, leggere. Il nostro è un collage di letture, di commenti che funziona a distanza di anni. In un certo senso, è attuale anche per questa guerra. Lo stesso gioco che si faceva anni fa, lo si fa anche adesso. Per i giovani leggere, studiare è importante, sennò si ha un oggetto misterioso davanti. E aggiungo anche che a leggere e interpretare queste immagini eravamo in due.”

A proposito del gigantesco repertorio a cui Gianikian e Ricci Lucchi hanno attinto, verso la fine dell’incontro si parla anche della “vertigine dell’infinito” che contraddistingue il loro cinema, potenzialmente sempre aperto. Gianikian racconta quella sensazione per cui non si possa mai arrivare ad un punto fisso, la sensazione di avere creato un cinema sempre in divenire, una dimensione estesa dell’archivio affascinante e spaventosa al tempo stesso.

“È un grande peso, però ci sono sempre dei ritorni, quando parli del fascismo confronti ciò che hai già fatto con ciò che non hai ancora affrontato. È una sfida che non finisce e anche le letture variano. Quando ci si sposta da un paese ad un altro, da una guerra ad un’altra, senti il peso del senso della Storia che ti fa paura ma che allo stesso tempo ti incoraggia.”

Ed è proprio il senso della Storia, o meglio, il senso della Storia legato a quello del presente, la conclusione dell’incontro con il regista.

“È il presente che ci interessa, lo abbiamo sempre detto. Non ci interessa il vecchio per se stesso, ci interessa per quello che rappresenta oggi.”

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