DOCUSFERA #5 – Incontro con Eleonora Mastropietro
La regista ha parlato di Cianuro, documentario sull’omonima band progressive rock italiana di Oppido Lucano, metonimia delle realtà dell’aspro entroterra meridionale. DOCUSFERA #5
Dopo il passaggio alla 49esima edizione del Laceno d’Oro, Elena Mastropietro è stata accolta da pubblico e redazione di Sentieri Selvaggi per Cianuro. Il film rispolvera la storia dell’omonima band prog rock di Oppido Lucano, uno di tanti capitoli dimenticati di ribellione e libertà culturali del nostro paese. Per farlo si avvale di interviste in loco e di materiali d’archivio (la band era riuscita ad arrivare a RAI 3), ma trasforma il paesaggio e il paese stesso in personaggio, vero perno che unisce queste narrazioni in tutto il meridione.
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“Il primo motivo per mettere in luce la loro storia è territoriale“, esordisce Mastropietro. “Era un posto che raccontava di sconfitte. Non di battaglie tentate, ma di annullamento rurale. Poi scavando nel comune è emersa la loro storia, che mi ha fatto vedere quel posto sotto una luce moderna. È una storia di modernità, libertà e anche di opposizione al sud, ai luoghi interni e rurali intesi solo come tali“. Ma ogni piccolo paese ha avuto i suoi Cianuro in quegli anni, e così la loro storia e quella di Oppido Lucano si fanno anche racconti di una dimensione più ampia: “I piccoli luoghi a me interessano. Mi interessa ciò che normalmente viene raccontato in forma stereotipata. L’approccio tipico al paesino rurale, che mostra sempre le solite cose, a me non interessa. Le cose che troviamo in ogni paesino le possiamo trovare anche in una periferia urbana, infatti mi piacerebbe lavorare anche su quello“.
In Cianuro, ma in egual modo nel precedente Storia dal Qui, Mastropietro interviene direttamente con le sue domande. A riguardo, ha spiegato: “Quando mi trovo a far parlare le immagini da sé, percepisco che le tutte le domande rimangono inespresse. Inoltre, nel mio modo di lavorare non riesco mai a dividere ciò che sto guardando da come lo sto guardando. E a volte come lo sto guardando mi interessa di più. Vorrei non esserci, ma soprattutto nelle interazioni con le persone sento di non riuscire a fare altrimenti“.
Incalzata sul suo stile apparentemente “implacabile”, che inquadra gli spazi frontalmente e in tutta la loro essenza, Mastropietro ha specificato di essere rimasta turbata in primo luogo, anni prima. Tuttavia, riguardando le sue immagini ha compreso le osservazioni: “A me interessano gli spazi grandi. Passo molto tempo a osservare i luoghi. Nella scelta, in parte mantengo una distanza che è pudore. In più, spesso ho l’idea di voler comporre dei quadri che parlino da sé, in cui dentro non ci sia solo quello che voglio far vedere. Voglio tenere lo sguardo aperto“. Con un sorriso, ha poi scherzato: “e vorrei che le cose siano equilibrate, in simmetria, ma fare una ripresa in bolla in meridione è impossibile“.
In quanto produttrice, e in virtù dei suoi legami con varie realtà indipendenti, Mastropietro ha commentato anche lo stato attuale del documentario italiano: “Il documentario é stato un trend. Ha avuto un suo inizio meraviglioso, poi uno sviluppo e alla fine una stabilizzazione“. Elaborando sul concetto, ha concluso: “Ma al di là di questo, di recente mi sono annoiata a guardarli, mentre per tanti anni non é stato così perché la varietà di linguaggi era enorme. La libertà del documentario era anche sapere che partivi in un modo e che potevi perderti. Oggi, il documentario ha troppi paletti produttivi per i quali deve funzionare, non ti dà la possibilità di accogliere lo sbaglio. Forse anche per questo non riesco a non mettere la ricerca, la cosa bella é quella, se la tolgo…”.




















