DOCUSFERA #5 – Incontro con Virginia Eleuteri Serpieri

La regista e il sound designer D’Amato raccontano la loro video-installazione, riflettendo sul concetto di soglia, sulla leggenda romana del mundus patet e sul rapporto tra vita e morte

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Nel nuovo appuntamento di Docusfera, spazio dedicato al cinema del reale, abbiamo incontrato Virginia Eleuteri Serpieri, ideatrice di video-installazioni e documentari di ricerca. Eleuteri Serpieri ha costruito il suo percorso attraversando formati, materiali e linguaggi, dall’uso della pellicola Super8 alla computer grafica, e nel 2023 ha diretto Amor, il suo primo lungometraggio vincitore del Premio Solinas Documentario e presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un lavoro che metteva in dialogo found footage, immagini d’archivio e memoria personale, in una riflessione sul rapporto liminale tra vita e morte, sulla soglia tra passato e presente.

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È su questa stessa soglia che si sofferma Il mondo è aperto, progetto pensato come video installazione, e quindi non costruito per la proiezione in sala, ma legato strettamente allo spazio di destinazione: “La video installazione è legata allo spazio che andrà ad accogliere quest’opera. L’ho strutturata dividendola in più proiezioni, sugli altri schermi c’erano altre immagini di archivio, che lavoravano sul mettere in dialogo immagini contemporanee con l’archivio del passato, un lavoro di connessione tra passato e presente, tra i vivi e i morti, come anticipa un po’ l’incipit del video.“, racconta la regista. Il tema del limine rimane il punto cardine della sua ricerca visiva e d’archivio: le porte presenti nell’opera, reali o simboliche, diventano varchi che mettono in contatto mondi che coesistono, sebbene in un tempo e in uno spazio diversi, eco del concetto etrusco e romano, ma forse ancora più antico, del mundus patet, da cui deriva il titolo dell’opera, appunto, Il mondo è aperto.

Per chi non la conoscesse, la leggenda dice che Romolo creò questa fossa circolare al centro della città, e su di essa fondò Roma. Poi questa leggenda si è andata a intrecciare con la credenza, che viene dagli etruschi, ma era presente già da prima, che ci fosse questa fossa capace di mettere in connessione i vivi e i morti, coperta da una grande pietra. Qui non si parla più di leggenda, ma di realtà: tre volte all’anno sollevavano questa pietra per tre giorni, e in quei tre giorni si credeva che ci fosse questa connessione tra i vivi e i morti, quindi venivano sospese tutte le attività, per rispetto e per timore verso i morti“, spiega la regista, riflettendo sul fatto che per gli antichi questa esperienza fosse di vitale importanza: “Avere una connessione con i morti significava sopravvivere (…), essere slegati dal passato, dagli antenati, significava non avere gli strumenti per vivere, e questa tradizione è importante rispetto alla città di Roma, che attraversiamo tutti i giorni, ma non ci accorgiamo che siamo anche noi guardati da lei, dal passato che è lì, che ci osserva.

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Oggi, invece, sospendere tutte le attività per rispetto dei morti sarebbe impensabile, ed è proprio da una riflessione di Walter Benjamin sulla mancanza nella vita dell’uomo moderno di esperienze liminali, che Eleuteri Serpieri parte per costruire la sua opera: “Benjamin sosteneva che abbiamo perso questi riti di passaggio, che l’uomo moderno non fa più esperienza della soglia, riti che una volta servivano a gestire passaggi importanti della vita come la nascita, la morte, il matrimonio. Però diceva anche che nella città noi continuiamo ad avere l’esperienza della soglia, perché tutte queste porte sono soglie. E per me rappresentano il cinema, che è proprio questo stare né dentro né fuori, osservare la realtà in questa dimensione che sta in una soglia. Le immagini di archivio sono immagini che ci aprono delle porte, e in questo senso il cerchio che ho messo alla fine…” – con le immagini d’archivio del funerale di Pasolini – “…può essere visto come lo spioncino della porta, oppure anche appunto proprio come la forma circolare del mondo.“. Inserire Pasolini in questa inquadratura, racconta l’autrice, è vitale perché: “Pasolini ha raccontato Roma nel modo più intimo e profondo di qualsiasi altro cineasta, io lo osservo come facevano i romani come gli antenati, con grande amore, ringraziamento, e so che grazie a lui io sopravvivo, proprio come gli antenati sopravvivevano grazie al loro legame con i morti“.

Parlando del suo approccio di ricerca, la regista racconta poi di essere partita “come una raccoglitrice, sono una collezionista di frasi, oggetti, dettagli, soprattutto le cose piccole mi piacciono”, ma dopo la ricerca arriva il momento di agire su quanto si è raccolto, per dargli forma, un momento di scelta responsabile: “Sta all’autore prendersi la responsabilità di fare delle scelte, è una cosa bella ed entusiasmante, ma ti rendi conto che quando lo mostri allo spettatore ti prendi la responsabilità di quello che scegli di far vedere, di accostare, e quello è il punto: c’è lo spettatore che lo vede, lo capisce subito, ed entra i sintonia con te, e quello che si annoia e che non lo vede, non vede varchi“.

Nel percorso di ricerca sul repertorio sonoro, invece, la regista è stata accompagnata dal sound designer Giuseppe D’Amato, suo compagno di percorso fin dai tempi del Centro Sperimentale, che ha evidenziato durante le sue riflessioni come abbiano lavorato al suono per restituire un ulteriore livello di profondità all’opera, un’idea di accoglienza, riflessione, per favorire l’esperienza circolare dell’opera. La video-installazione era infatti pensata per essere visionata in loop, in modo da poter cogliere ad ogni nuova visione un dettaglio in più. “Mi sono accostato a questo lavoro partendo da una posizione più fortunata di quella di Virginia, che conosco da più di vent’anni avendo condiviso con lei il percorso di tecnica del suono, e di cui ho sempre apprezzato la sensibilità. (…) In questo progetto ho avuto l’opportunità di ricevere da Virginia non del materiale da ricostruire, ma da interpretare per aprire delle soglie ancora più interessanti, erano già seminate idee ben precise su come relazionare la sua voce con alcune delle soluzioni musicali che aveva trovato, li è iniziata la mia azione per ragionare sui repertori d’archivio musicali. (…) Virginia ha accolto delle proposte che avevo fatto su cui poi abbiamo rimesso un’idea comune.“, racconta D’Amato, che precisa come il lavoro fosse pensato per generare nello spettatore una curiosità, un desiderio di voler cogliere maggiori dettagli nelle visioni successive.

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