DOCUSFERA #5 – L’incontro con D’Anolfi e Parenti
Il dialogo con gli autori di Bestiari, erbari, lapidari tra l’importanza dell’archivio e l’irrilevanza del tempo. ‘L’importante è far entrare lo spettatore nello spazio del film’. Il video integrale
Nella serata del 20 novembre in occasione di DOCUSFERA Sentieri Selvaggi ha ospitato tramite collegamento i registi Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, coppia di autori di documentari tra cui Bestiari, Erbari, Lapidari, presentato fuori concorso a Venezia nel 2024 e vincitore del Premio per la Miglior Regia all’IDFA di Rotterdam. Dopo la proiezione del corto Una giornata nell’archivio Piero Bottoni, è cominciato l’incontro online con gli autori moderato da Aldo Spiniello e Sergio Sozzo. Un’ora di dialogo, andando a toccare svariati temi come l’importanza dell’archiviazione delle immagini e delle storie, la potenza poetica del racconto e ovviamente aneddoti sulle carriere dei due autori. Dopo l’incontro è stato proiettato Un documento, il lavoro più recente della coppia.
STORY EDITOR, corso online dal 20 gennaio 2026

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L’incontro è cominciato parlando del rapporto tra il cinema e le città, in particolare Milano, chiedendosi se i film riescano ancora a raccontare il rapporto con la vita cittadina. E proprio il corto Una giornata nell’archivio Piero Bottoni affronta questo tema attraverso la visione di immagini d’archivio nella Cineteca di Milano, i grandi progetti architettonici e urbanistici di Piero Bottoni nel secondo dopoguerra. Ma il discorso della città viene rivisto anche in Un documento, dove nel Niguarda di Milano vengono accolti per un percorso psichiatrico dei ragazzi senza dimora.
Da qui il discorso si è spostato sul processo creativo dei due autori e di come spesso possa accadere che immagini girate per un film entrino in un altro e viceversa. E appunto “alcune immagini di Una giornata nell’archivio Piero Bottoni sono fluite in Bestiari, Erbari, Lapidari, mentre Un documento era nato come parte di Guerra e Pace“ come rivelato da Martina Parenti. Si vengono a creare dunque dei collegamenti o dei tramiti, e come appuntato da Sozzo poi “alcune storie vengono solo evocate in alcuni progetti, che poi prendono vita propria in altra forma”.
Ragionando su Un documento, visto dopo l’incontro con gli autori, D’Anolfi ha affermato che “Un documento è proprio un documento, un esperimento volto all’esaltazione del fuori campo”. Infatti il film, anche se incentrato su un ragazzo immigrato in cura dagli psichiatri, non inquadra mai il paziente. Si resta sempre sullo sguardo di chi lo ascolta. Un effetto specchio che però non dà mai il riflesso uno ad uno, risulta sempre volutamente impreciso. Un film nato quasi per caso, come aggiunto da D’Anolfi, che si è reso conto di avere un film completo semplicemente rivedendo il suo materiale d’archivio. “La cosa che più mi ha colpito nel rivedere il girato, è stato il cambio di atteggiamento di chi ascoltava il ragazzo che parlava, dalle espressioni facciali al vestiario”.
Ed è proprio sull’importanza dell’archivio che si apre un discorso molto ampio, chiedendosi anche se questo tipo di cinema sia un archivio in costruzione. La risposta data da D’Anolfi e Parenti è stata positiva in tal senso, ma d’altro canto deve sempre esserci una partecipazione attiva di chi fa e chi subisce l’archivio. “Se quell’archivio non viene risvegliato e non gli poni delle domande, che valore ha? Che senso ha archiviare?”. Ed è interessante dunque, come accade in Una giornata nell’archivio Piero Bottoni, vedere nel documentario non solo le immagini d’archivio stesse, ma anche persone che le guardano.
Collegandosi a questo gioco dei documentaristi nel rimanere in una posizione distaccata, si scende in questioni più personali: questi personaggi non sono mai vostri alter ego, siete sempre in una posizione terza. D’Anolfi richiama ancora lo specchio, in questo caso obliquo, che appunto dà un riflesso distorto. “Forse però, le persone in cui ci siamo più riviste e sentiti in qualche modo simili, almeno nel metodo e a livello emotivo, sono state Felix e Sabina, di Spira Mirabilis“. Nel documentario del 2016, vincitore del Green Drop Award a Venezia, tra le cinque storie raccontate c’era quella di una coppia che con metodi artigianali creavano i loro strumenti musicali.
Alla fine dell’incontro si è innescato un dibattito partito dalla concretezza delle immagini e sull’importanza delle emozioni che fuoriescono da esse. Citando Hitchcock, che diceva che “i film sono come la vita senza le parti noiose”, D’Anolfi ha voluto invece ribattere sul voler far percepire la fatica e la noia dei personaggi in scena. Andando quindi sul discorso del tempo, irrilevante secondo il regista, a patto che ci sia uno spazio ben costruito. “L’importante è far entrare lo spettatore nello spazio del film, a quel punto il film può durare anche 18 ore o 20 minuti, tutto quello che c’è da fare è accettare di stare in quello spazio, a quel punto può accadere di tutto”.






















