Dopo l’amore, di Joachim Lafosse

C’è un momento bellissimo e straziante. È già tardi quando Marie esce dalla sua stanza da letto per cercare qualcosa da bere e va a sedersi per pochi minuti nello studio di Boris. I due sono l’uno di fronte all’altra. Si guardano in silenzio. Poi Boris va a prendere una birra, sempre nel buio, e torna al suo posto. Un altro brevissimo istante e Marie se ne va, senza dire nulla. Perché non c’è nulla da aggiungere.

È davvero tutto qui. Alla fine le parole si spengono in una stanchezza che sa di disperazione, ma anche di una dolcezza strana, terribile, una nostalgia per una perdita già consumata. Come se, finalmente, al termine del viaggio ci ritrovassimo insieme dinanzi a una distesa di macerie. E non potessimo fare a meno di tentare un ultimo abbraccio, un passaggio terminale da cuore a cuore.

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Sul serio, non c’è bisogno di parole per innamorarsi e non servono parole per separarsi. Perché, quale che sia la lingua, del sentimento resta sempre un fondo inespresso, qualcosa che non si può definire e che circola semmai in stato gassoso, tra gli sguardi, gli atteggiamenti. Per il resto, si parla d’altro, si discute d’altro. Usiamo il termine sentimento, ma lo usiamo come un’arma, una clava, una bomba nucleare. Mentre operiamo una sostituzione azzardata e ci aggrappiamo ai fatti, alle cose, come se fossero il deposito degli anni trascorsi insieme, dei ricordi e delle esperienze, e quindi di tutte le emozioni vissute. Marie e Boris litigano per la casa, i soldi, i conti saldati e quelli rinviati, il lavoro svolto e non calcolato. Rimettono sulla bilancia, riesumandola dai libri contabili di una vita, l’economie du couple (titolo magnifico, che apre gli squarci della strategia politica dell’amore). Ed ecco che, la sceneggiatura di Lafosse, Fanny Burdino e Mazarine Pingeoy sembra recuperare quell’ossessione del danaro che era una costante del romanzo francese dell’Ottocento, da Balzac a Flaubert, e che torna con una strana insistenza nel cinema di oggi (Une vie di Brizé), quasi come una conseguenza naturale di una crisi globale che ha investito i rapporti interpersonali e gli atteggiamenti individuali. D’altro canto, viene fuori con implacabile lucidità la verità di questo disperato fraintendimento, di questo passaggio folle dall’ineffabile inconsistenza dei sentimenti alla greve concretezza delle relazioni materiali. “Ci vuole una buona contabilità alla base di un rapporto di coppia”, ripete Lafosse. Ma come calcolare il lavoro, la fatica, il sonno perso? In termini di felicità conquistata, di equilibrio, di armonia? E quando tutto questo non c’è, stenta ad arrivare o si è perso tra i debiti non riscattati, i fallimenti, i crolli? Si è trattato di un investimento sbagliato, semplicemente? E che si fa, si tira un frego e si butta via tutto, o si tenta di aggiustare le cose, come suggerisce dall’alto della sua esperienza di economia domestica la madre di Marie? Mentre i sentimenti cambiano, cambiano le passioni, gli impulsi, quel residuo imponderabile, non valutabile, che modifica gli orizzonti fuori da ogni attesa.

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l'economie du coupleIn fondo, Lafosse mette in campo due atteggiamenti opposti. Da un lato il rigore della scrittura e della messinscena, dell’analisi delle dinamiche. Dall’altro, la disponibilità ad affidarsi a Bérénice Bejo e Cedric Khan, alla realtà delle loro diverse emotività, e la necessità di lasciare tutto aperto, i conti, il finale, gli sviluppi. Lafosse si chiude in casa e disegna lo spazio secondo la logica delle relazioni. Gli unici ambienti che può attraversare sono la cucina, il bagno, il giardino, quei luoghi in cui c’è ancora una condivisione, seppur distorta, forzata, un’ipotesi spericolata famiglia. Le altre stanze, quelle private, la camera da letto di Marie, lo studio di Boris, sono viste sempre da un un unico angolo visuale, esterno, parziale, ristretto. Sono i limiti invalicabili, le zone extraterritoriali del conflitto. Ma verso la fine, si esce dal campo di battaglia, si va fuori, nel mondo, con tutto ciò che comporta in termini di rischio e di imprevedibilità. Mentre cresce la progressione dello splendido Preludio in Si Minore, la trasposizione per pianoforte di Alexander Siloti del BWV 855 A di Bach. Ed è un modo di procedere che sembra ricalcare le diverse disposizioni d’animo dei due protagonisti. Marie detta le regole, “rispetta i tuoi giorni”. Perché pensa che la fine di una relazione debba essere organizzata, pretenda la sue norme, un altro ménage che si sostituisca all’economia domestica delle relazioni familiari. Tutto deve seguire un programma, come le stazioni di un calvario predestinato per volontà divina. Mentre Boris è refrattario, fa di testa sua, prova a inventare ancora le possibilità del caos e si lascia andare a quei momenti imbarazzanti a cui tutti cediamo, in preda alla paura. Dal canto suo, sa che, per quanto si programmi, non è possibile determinare le evoluzioni dei cuore né si può dire cosa accadrà dopo, al termine del percorso. Sono due differenti caratteri, la rigida concretezza di lei, che non sembra voler abbandonarsi mai alla tenerezza, e l’incostante idealismo di lui, che non sa rassegnarsi alla realtà. Ma sono, più in generale, due modi di vedere il mondo e la vita: da una parte l’esigenza di un controllo razionale, dall’altra la libera accettazione dell’indeterminatezza e la disponibilità all’imprevisto. Nella violenza dello scontro, non riesci mai a dire quale sia l’esatto ordine dei rapporti, quale sia la parte “giusta o sbagliata”… e rovesci persino i termini, il razionale diviene irrazionale, la paura coraggio e l’incoerenza realismo.

 

Leconomie-du-couple-1Lafosse lo sa bene. Per questo non si addentra nelle motivazioni che stanno alla base, le lascia solo intravedere come una traccia di scrittura (non mandare messaggi), senza però far mai emergere un elemento esterno che possa squilibrare l’ago della bilancia. E se da un lato si attiene al programma, alle dinamiche note e, per questo universali, e per questo struggenti, di una separazione, d’altro canto si ferma quando tutto è compiuto, sulla soglia del dopo. Ci lascia con un’immagine magicamente ambigua, malinconica come il tempo passato, ma ancora aperta come tutti i futuri possibili. E ci dice che la storia di una separazione non è diversa dall’innamorarsi. Le due cose vanno insieme, sono come il ritmo di un’unica respirazione. Quando un fuoco brucia, quel che resta è cenere? Così diceva Vienna a Johnny Guitar. Ma poi… Lafosse lo ha capito e, perciò, racconta la fine come pochi altri. Perché riesce a cogliere allo stesso tempo il crollo e il detrito, tutto un sentimento che rimane sospeso come particella di polvere nell’aria e che poi si deposita sugli anni andati, magari proprio su quelle maledette cose… E chissà che sotto non si nasconda ancora qualcosa di vivo, una scintilla. C’è sempre un impulso contrario. E così Marie non può trattenere le lacrime di fronte alle figlie che giocano con Boris, un fantasma di felicità che rimette in moto per un istante il desiderio, la voglia di riprovarci. Ma la decisione già è stata presa. È questa la nostra condanna: essere costretti a un certo punto a decidere, doversi assumere la responsabilità di una scelta. Come se l’anima seguisse le prese di posizione. Il mondo funziona così. Vuole che si mettano i punti, le virgole, che si chiudano le parentesi aperte, che i limiti dello schermo separino il consentito dal proibito. Un inizio è un inizio, una fine è una fine. E di “un desiderio che si spezza, come una corda troppo tesa”, resta l’eco di una vibrazione, un suono che passa piano tra il silenzio e il buio.

 

Titolo originale: L’economie du couple

Intepreti: Bérénice Bejo, Cédric Khan, Martha Keller, Jade Soentjens, Margaux Soentjens

Distribuzione: BIM

Durata: 100’

Origine: Francia, 2016