"Dopo mezzanotte", di Davide Ferrario

Come in una dissolvenza incrociata, si assiste all'interscambio tra digitale e pellicola, "parabole" cinefile ed esplorazioni di non-luoghi. Ferrario insiste con l'interferenza dello/nello sguardo, riponendo le consuete spigolosità dei precedenti lavori.

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Nello sperimentalismo di massa non ci sentiamo di considerare Davide Ferrario. Dove a livello ontologico, l'immagine cinematografica rischia di non avere più senso, anzi, di non trattenere più senso. In cui il quoziente di realismo è condizionato dalla continua elaborazione del tessuto filmico. Tanto dalla variabile temporale (passare dall'accelerazione ai ralenti, quanto da quella metrica (da un'immagine sgranata ad una ad altissima definizione). La messa in scena del regista lombardo non è solo trasposizione di un reale già codificato secondo le leggi dell'estetica televisiva o mediatica. Certi "effetti" assurgono a linguaggio, una volta tanto. In Tutti giù per terra l'accelerazione è lo stile predominante e il funerale al rallentatore, in omaggio ad Entr'Acte, sono digeriti come scelte necessarie per rappresentare più incisivamente l'immaginario del giovane protagonista in crisi esistenziale. In Figli di Annibale, però la stessa tecnica è difficile non considerarla un manierismo. In Dopo Mezzanotte sorge il paradosso dell'autore: più ci si spinge verso il digitale (per carenze di luce e pecunia), verso una perfetta immagine di sintesi che non è afflitta dai problemi di deperibilità materica, più ti prende la nostalgia dell'immagine analogica e delle sue imperfezioni. Riprodurre sinteticamente le graffiature, i salti e la granulosità esprime forte la necessità di ritornare alla materia per autenticare l'immagine sottratta alla realtà. L'atto d'amore (per Keaton, Pastrone, il museo) è una necessità concettuale e strutturale: passare alla pellicola quando la città dorme significa riappropriarsi delle ragioni per cui si fa il cinema. Come in una dissolvenza incrociata, si assiste all'interscambio tra digitale e pellicola, "parabole cinefile" ed esplorazioni di non-luoghi. Quei luoghi del quotidiano, il fast food o il quartiere di periferia, spazi di anonimato frequentati da individui simili ma soli. Contrario del non-luogo è la Mole Antonelliana, perchè per Martino è come una dimora, una residenza e si accede fornendo una prova della propria fedeltà alla dissolvenza di un'immagine che non è più, ma, ancora non è. Oltre la levità scritturale, oltre le spigolosità passate, c'è un "passaggio fluido", un'aura malinconica e passionale che si espande come polvere (o cenere) sugli elementi chimici, scatenando reazioni (tra)sognanti.

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Regia: Davide Ferrario


Sceneggiatura: Davide Ferrario


Fotografia: Dante Cecchin


Montaggio: Claudio Cormio


Musiche: Daniele Sepe, Banda Ionica, Fabio Barovero


Scenografia: Francesca Bocca


Costumi: Paola Ronco


Interpreti: Giorgio Pasotti (Martino), Francesca Inaudi (Amanda), Fabio Troiano (L'Angelo), Francesca Picozza (Barbara), Silvio Orlando (Il narratore)


Produzione: Rossofuoco, Film Commission Torino Piemonte, Multimedia Park


Distribuzione: Medusa


Durata: 90'


Origine: Italia, 2003


 


 


 


                

 

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