DOSSIER "THE HURT LOCKER" – Incidente nel deserto. Attacco da sinistra

the hurt locker
The Hurt Locker
è un film sugli incidenti, sull’intralcio che distorce la Storia e gli uomini. Non a caso, allora, è il film stesso che sembra incepparsi, procedere per salti. Scopre tutta la propria schizofrenia, in una serie innumerevole di concatenazioni antinomiche, di ossimori esplosivi. Tra il reale e l’irreale, il dentro e il fuori, l’occhio di chi spara e l’occhio di chi osserva a distanza di sicurezza

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Qualcosa s’inceppa e smette di funzionare a dovere. Un detonatore, un fucile, un caricatore, dei proiettili annegati nel sangue. Magari è il mondo a bloccarsi in una spirale ‘mai razionale’ di orrore e distruzione. E ancor più il cinema s’inceppa in quel suo imperfetto meccanismo di cattura e proiezione. E’ sempre troppo facile incorrere in quell’incidente fatale, che devia il corso degli eventi, le traiettorie delle azioni e degli sguardi. The Hurt Locker è proprio questo: un film sugli incidenti, sull’intralcio che distorce le storie e gli uomini. Non a caso è il film stesso che sembra incepparsi, procedere per salti. E’ vero. L’immagine risponde all’apparenza di un cinéma vérité, di un reportage sul campo (di battaglia). La Bigelow s’immerge occhi e anima nell’incubo (mai visto) di una sporca guerra, tra l’altro scegliendo di mostrare ciò che non rientra nell’evidenza mediatica del conflitto, il lavoro oscuro e forse troppo poco eroico degli artificieri che combattono a fuoco fermo. Macchina a spalla, zoomate improvvise che sembrano schiaffi, fibrillazione del recadrage… Ma la frenesia del montaggio già nega la realtà, apre la porta alla grande mietitrice… Ovunque si affacciano i segni di un altro cinema, di un altro racconto, di un altro mondo. Non fosse altro che per la tuta spaziale con cui Will James/Jeremy Renner va ad affrontare ogni volta la morte… Un alieno spedito da un altro pianeta a risolvere un conflitto irrisolvibile. Ma irreali sono anche quei rari momenti di sospensione di un film che è solo e sempre azione, e quindi fremito, sussulto, shoot, ripresa… La prima esplosione, con quelle inquadrature in ralenti che osservano la terra salire verso il cielo. Quel bossolo di proiettile che rimbalza a terra, prima che lo sguardo stacchi sull’ultimo cecchino colpito a morte.

 

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the hurt lockerEccola, la deriva western della sequenza dell’incidente nel deserto, duello fatale in un (mezzo)giorno di fuoco, con i cecchini, invisibili come gli indiani di un tempo, e i soldati, cowboy costretti a difendere la carovana, al riparo tra la sabbia e le pietre… Qui The Hurt Locker scopre tutta la propria schizofrenia, in una serie innumerevole di concatenazioni antinomiche, di ossimori esplosivi. Gli EOD stanno facendo brillare bombe nel deserto. Il folle cowboy Will James ferma tutto e va a recuperare i guanti lasciati nel bel mezzo della zona calda. Ecco che Sanborn propone a Eldridge di far saltare in aria ‘per sbaglio’ il compagno. Il fantasma lucido dell’esasperazione… Poco dopo, per tutta risposta, James incoraggerà Eldridge e allevierà la sete e la tensione di Sanborn. La responsabilità di un leader irresponsabile… Quello stesso artificiere tossicomane che è incapace di fermarsi di fronte al terrore del pericolo, che è incapace di amare moglie e figlio come dio comanda, diventa un padre amorevole di fronte ai suoi uomini, proprio quelli che un attimo prima avevano immaginato di fargli la festa. Ma si tratta di una contraddizione che non ha più senso in un mondo dove la vita e la morte non hanno più confine, dove tutto è dentro e nulla è fuori. Poco prima è caduto anche Ralph Fiennes, l’unica vera star di The Hurt Locker, a cui la Bigelow non concede che pochi minuti, prima di ripiombare nell’anonimato della notte. Il cinema fagocita le sue stelle, come la guerra seppellisce i suoi inutili eroi. E’ la presa d’atto definitiva di un film che fullerianamente accetta di divenatre un campo di battaglia. Lo star system è per il tempo di pace. Qui Will James e la Bigelow prendono la mira con l’obiettivo e, solo dopo, si spara con la macchina da presa. Girare e morire. Guardare e uccidere. Non c’è più possibilità di assumere un punto di vista esterno ed evitare l’estreme conseguenze. La guerra è un gioco che rispetta regole incomprensibili. Grazie per aver giocato. E’ irraccontabile, se non muovendosi tra i cadaveri, tra le pozze di sangue, tra le ossessioni adrenaliniche ed esclusive di chi la vive e la combatte. Per tutti gli altri è uno spettacolo incomprensibile e ingiudicabile. Se, vista dal di dentro, è l’unica realtà possibile, che esclude qualsiasi ipotesi di normalità, qualsiasi via di fuga verso la quieta felicità del quotidiano, vista dal di fuori è assolutamente irreale. Siamo come gli iracheni che spiano dall’alto di un minareto o dietro una telecamera. Restiamo un passo indietro, a distanza di sicurezza, ci nascondiamo senza dare ad intendere se siamo amici o nemici. La Bigelow viene dal mondo qui fuori, ma accetta le regole del gioco. Prova a far saltare i limiti invalicabili della comprensione. Virile come nessun altro. Femminile come nessun’altra. E’ la sublime contraddizione del suo cinema e del mondo.

 

Over.     

 
 
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    è un film sugli incidenti, sull’intralcio che distorce la Storia e gli uomini. Non a caso, allora, è il film stesso che sembra incepparsi, procedere per salti. Scopre tutta la propria schizofrenia, in una serie innumerevole di concatenazioni antinomiche, di ossimori esplosivi. Tra il reale e l’irreale, il dentro e il fuori, l’occhio di chi spara e l’occhio di chi osserva a distanza di sicurezza

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