Dove eravamo rimasti, di Jonathan Demme

Ci era mancato Jonathan Demme. Soprattutto dopo l’incredibile Rachel sta per sposarsi, che questo Dove eravamo rimasti, presentato in anteprima mondiale come film d’apertura del 68 Festival di Locarno, sembra richiamare in più di un’occasione, andando anzi a cercare quelle risonanze, quelle atmosfere che avevano reso il film del 2008 un’irripetibile combinazione di vita e sua rappresentazione, tanto più funzionante dove la trama sembrava fermarsi, lasciando posto all’irruenza del reale, delle emozioni dei personaggi accarezzati, ma non guidati, dalla macchina da presa.

Dove eravamo rimasti: per una volta il titolo italiano ha più senso dell’originale, perché Demme sembra voler ripartire proprio dalle danze nuziali di Rachel, continuando a inseguire questa idea di cinema libero, appoggiandosi, di nuovo, alla potenza dirompente della musica.

Ecco allora che, sulle note di American Girl, l’incipit ci avvicina a Ricki Rendazzo, attempata rocker dalla voce graffiante, costretta a mostrare il suo talento in pub di provincia, con una incursione direttamente on stage, dove il regista, completamente a suo agio sul palco dopo i documentari su Neil Young, si accosta al corpo di Meryl Streep, raccontandone allo stesso tempo il sogno del rock, incollato al suo primo piano, e il suo fallimento, con il controcampo che rivela la mediocrità del contesto.

Demme si rapporta allo script rampante di Diablo Cody come Ricki al pubblico dei suoi spettacoli: preferirebbe abbandonarsi al rimpianto di cover ormai vintage, ma è costretto a confrontarsi anche coi nuovi classici di Pink e Lady Gaga, che fanno ballare i teen ager. Nella sua set list fatta di un cinema attratto soprattutto dall’imprevedibilità della vita, deve concedersi a una sceneggiatura fin troppo smart, con la sua bella evoluzione dei personaggi, l’arco narrativo, le battute ‘giuste’ con tanto di critica sarcastica al tempio dei vegani Whole Food, forse troppo da manuale.

Prende allora corpo una battaglia tra testo e girato, in cui Demme si prende i suoi spazi indugiando sui dettagli di un personale home-movie che è la parte più sincera del film, culminante nella dolcissima lullaby, Cold One, scritta appositamente dalla sempre più brava Jenny Lewis, sussurrata dalla Streep alla figlia Julie e all’ex marito, nella rassegnata calma prima del sonno.

Gli interpreti sembrano assecondare queste dilatazioni, soprattutto l’intenso Rick Springfield – spalla, amico, amante – e la brava Mamie Gummer, che torna a girare accanto alla madre dopo il cammeo in tenera età in Heartburn di Mike Nichols, dove veniva trascinata via da un matrimonio ipocrita, per ritrovarla qui a ruoli invertiti, con la figlia adulta in piena crisi post-divorzio.

Ma poi lo script incalza e si deve arrivare al finale, con lo scioglimento dei conflitti e l’accettazione da parte di Ricki della sua nuova vita, che passa per un confronto col suo vecchio habitat, la borghesia di Indianapolis e le sue occhiate sdegnate di fronte al chiodo di pelle indossato al ricevimento nuziale. E mentre Diablo Cody porta a casa il suo apologo con tanto di morale femminista, Demme si ritaglia lo spazio per un concerto finale che deflagra in un puro backstage, estendibile pertanto sui titoli di coda e forse oltre. Come nei balli di Rachel, o del Racconto d’autunno di Eric Rohmer, attimi sospesi dove il reale penetra nella finzione sino a diventarne indistinto.