Dov’è il mio corpo?, di Jérémy Clapin

Dov’è il mio corpo? usa due punti di vista e tre piani temporali differenti per mostrare il dolore della perdita e la forza volontà necessaria per superare la tragedia e ritrovare – sia letteralmente che filosoficamente – ciò che si è perso. C’è il punto di vista di Noufel, protagonista di origine magrebina che, arrivato in Francia con il duplice sogno di diventare pianista e astronauta, si ritrova a consegnare pizze a domicilio; e c’è il punto di vista di una mano mozzata, che dotata di memoria sensoriale ed emotiva – forse la stessa che la rende viva – fugge dall’ospedale dove si era risvegliata per partire alla ricerca del suo corpo originario, in un viaggio difficoltoso attraverso i pericoli della giungla urbana. Le due storie si muovono in parallelo, tanto nello spazio quanto nel tempo. Il tempo presente è quello della mano, che inizia lo spettatore alla storia; Noufel si muove invece in un passato recente, mentre i tanti flashback, che arricchiscono le memorie di entrambi i punti di vista, narrano di un passato molto più remoto. Entrambi i protagonisti sono impegnati in una ricerca personale, per quanto inconsueta nel caso della mano, chi di un’occasione e chi di un corpo.

Tutto è imbevuto di ricordi: le persone, gli oggetti e anche le parti del corpo. Ricordi che cercano di ricongiungersi con ciò che si era separato o, peggio, andato perduto. La perdita dei genitori è uno di questi casi, un legame che non potrà mai essere recuperato ma il cui ricordo perdura, sempre vivido, che sia attraverso Noufel o il suo vecchio registratore di cassette. L’atmosfera è caratterizzata dalla coesistenza tra il macabro e il fiabesco, in perfetto equilibrio tra reale e surreale, realistico e chimerico. La mano è una protagonista insolita e bizzarra, una sorta di Virgilio che porta lo spettatore nella storia e lo guida per tutta la durata del film. Viene istintivo essere incuriositi da lei e appassionarsi al suo percorso, un viaggio che non necessita di parole, reminiscente di un’opera da cinema muto. Seguire l’azione è paralizzante e difficilmente si distoglie lo sguardo dal movimento: non servono dialoghi, la sola parte visiva è più che sufficiente per mostrare quella natura fredda e dura della vita urbana che la mano deve sfidare.

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La storia è basata sul romanzo Happy Hand di Guillaume Laurant, romanziere e sceneggiatore, nonché collaboratore nella stesura del copione de Il favoloso mondo di Amélie, che ha lavorato insieme al regista Jérémy Clapin per la creazione dell’adattamento animato. La scelta del medium dell’animazione vecchio stampo per la trasposizione ha permesso di creare un’atmosfera magica nella sua semplicità, più che adatta alla storia che vuole raccontare; si tratta di animazione artigianale, che ha i suoi riferimenti nel ‘vecchio’ lavoro della falegnameria, con i suoi rischi e insegnamenti, che nonostante tutti i progressi tecnologici rimane ancora in piedi e ancora chiama a sé nuovi apprendisti. I colori sono spenti, spogli, atti a sottolineare le situazioni di malessere esteriore e interiore, le emozioni dei personaggi e stati d’animo quali l’alienazione e la rassegnazione.

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Mentre la mano mozzata si arrampica sui tetti e fugge, tocca, scopre e ricorda, imparando a vivere e farcela da sola, Noufel capisce che fare il fattorino non è il mestiere adatto a lui e, ritrovando un po’ di fiducia grazie a una sua cliente, di cui s’innamora dopo una lunga conversazione al citofono, trova il coraggio per lasciare la sua casa e trovare un nuovo lavoro. Di fatto Dov’è il mio corpo?, nonostante il dettaglio macabro in stile Burtoniano della mano mozzata, che sembra venir fuori direttamente da La Famiglia Addams, non parla di morte o di orrore, ma rimane a tutti gli effetti una storia d’amore – seppur per sé stessi.

I pensieri di Noufel sono fatti di dolore, nostalgia, infelicità e, si scoprirà poi, anche di rimorso; pensieri tramutati in ricordi incisi negli oggetti che li hanno vissuti, o nella vista della città dal tetto di un edificio. Come dimostra il finale aperto ed emblematico, il film vuole soprattutto spingere il pubblico ad essere più leggero, libero, distante da quei pesi che impediscono di affrontare la vita e superare le tragedie, portandolo ad abbracciarne il lato più irrazionale.

Titolo originale: J’ai perdu mon corps/I Lost My Body
Regia: Jérémy Clapin
Voci: Hakim Faris, Victoire Du Bois,
Distribuzione italiana: Netflix
Durata: 81′
Origine: Francia, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (3 voti)