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Dracula: A Love Tale, di Luc Besson

A partire dal classico irripetibile di Coppola, Besson firma un Dracula per un presente in cui non c’è più nulla di sacro e il vampiro ha perso la sua aura e si riduce a meme. #ROFF20. Grand Public

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Ho attraversato gli oceani del tempo, per trovarti“, dice il Dracula di Gary Oldman alla “sua” Mina Harker nella vertiginosa lettura che del vampiro offrì Coppola nel 1992. E Besson, per il suo Dracula: A Love Tale, sembra recuperare il personaggio proprio sul bordo di quello stesso oceano, alla fine del tempo e, in particolare, di questi tempi, confusi, liquidi, in cui Dracula ed il vampirismo sono stati sempre più assimilati dalla cultura al prezzo, tuttavia, della loro aura, della loro simbolica sacralità, divenendo miti a bassa fedeltà, quando non veri e propri meme, a contatto con un pubblico che forse quella reverenza non la cerca più e da quella mitologia vuole altro.

Dracula: A Love Tale è davvero un’opera inscindibile dal suo tempo. Riparte proprio dal film di Coppola e lo riattraversa apertamente, non solo nella storia, di cui tocca certe tappe essenziali (la morte della donna amata dal conte, il rifiuto della religione, la ricerca ossessiva di Mina, in cui la sua anima gemella si è reincarnata, la lotta contro Jonathan Harker ed un manipolo di eroi pronto a fermarlo) e ne riscrive altre (a partire dalla cornice del racconto, che si sposta a Parigi, passando per la digressione che racconta un Conte alle prese con la sintesi di un profumo pensato per attirare la sua amata), ma anche nel tessuto delle immagini, nelle scelte, nei simbolismi, nella messa in scena soprattutto del primo atto.

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Ma lo fa nell’unico modo possibile oggi: rimanendo ostinatamente sulla superficie delle cose, riducendo volutamente il romanzo di Stoker ad un melò orgoglioso di esserlo, al sesso, ai corpi, all’amore.

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Besson trova soprattutto il coraggio di lasciare tutto il film in balia di questa passione incontrollata, un istinto a cui la regia permette di raccontare la storia dal proprio punto di vista e di cui accetta in toto tutte le derive caotiche e le svolte impreviste che ciò può comportare (come la leggerezza quasi da comedy che a tratti si intravede in certi passaggi del film).

Dracula: A Love Tale finisce dunque sballottato in una sorta di delirio kitsch, che accoglie tutto e il suo contrario, dai gargoyle della Notre Dame di Hugo alle danze di Bollywood, passando per la nunsploitation e per i vampiri barocchi di Anne Rice.

Eccolo qui dunque il tempo, liquido, caotico, attraversato liberamente dallo sguardo di Besson, misurato a furia di link, ipertesti da evocare sulla scena, oltre la postmodernità, quasi che il film di Besson fosse soprattutto una strategia per soppesare l’impatto del vampiro di Bram Stoker sull’immaginario collettivo, un po’ come ha appena fatto Ryan Murphy con Ed Gein ma in modo apertamente più sguaiato (ma forse altrettanto teorico).

E non c’è dubbio che il film sia straordinariamente onesto nei suoi intenti: dichiara la lettura melò del vampiro fin dal titolo ma soprattutto dissemina il racconto di indizi, anticipazioni, svelamenti della sua natura artefatta, consapevole, da Dracula che gioca a fare il morto vivente con l’amata Elizabeta ben prima della sua mutazione al freak show, che c’era anche in Coppola ma che qui torna come pura fantasmagoria, meraviglia delle immagini, che si fa beffe della filologia e diventa primo motore del film.

È un gioco maledettamente serio, quello di Besson, che forse cerca un pubblico già “avvertito”, consapevole, non troppo pop, che conosce i riferimenti, ed è pronto ad accettare le paradossali regole che strutturano il film.

Ma forse quello di Dracula: A Love Tale è un gioco troppo serio anche per lo stesso regista, che a ben vedere, nella sua ragionata ricerca del caos asseconda forse troppe poche volte il cinema puro. Ed è un po’ un’occasione sprecata, se è vero che i momenti migliori del film, quelli in cui il cinema, il lavoro sull’immagine si impone nel racconto, sono anche quelli che tradiscono di più la materia già battuta da Coppola e Stoker (dalla fuga a cavallo sulla neve alla sequenza nel convento).

A tratti Besson sembra cedere alla sua stessa coraggiosa idea di adattamento dunque e forse a sopravvivere, ancora, tra le macerie, è proprio il Dracula di Coppola, di cui il lavoro di Besson pare l’unico grande tributo possibile: quello che ne racconta, inesorabile, l’irripetibilità.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
2.63 (16 voti)
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