Drive my car, di Ryûsuke Hamaguchi

Hamaguchi svela qui definitivamente il proprio metodo di svuotamento di senso della parola vista qui come pura struttura ritmica e tappeto timbrico meccanico, per dare un nuovo senso ai silenzi

È ora di cominciare a capire, a prendere confidenza con le parole. Non dico con la Parola, non col Verbo, ma con le parole; invece il linguaggio vi fotte. Vi trafora. Vi trapassa e voi non ve ne accorgete… voi impugnate e applaudite l’ovvio, ne avete fatto una minchia di questo ovvio, in cambio della vostra. Ma io non vi sfido: io non vi vedo! – Carmelo Bene

C’è un momento in Drive my car in cui il protagonista Yūsuke, attore e regista teatrale, sta raccontando la tragedia della morte dell’amata moglie a Misaki, la ragazza che gli fa da autista durante le settimane di preparazione del suo zio Vanja a Hiroshima. Nel bel mezzo della confidenza, un frisbee atterra proprio vicino a Misaki – è un istante in quotidianità “rubata” dalla mdp ma per un attimo pensiamo che possa essere un segnale inviato dalla consorte defunta del protagonista, evocata in qualche maniera dal racconto. Il cinema di Hamaguchi ci ha d’altronde abituati a manifestazioni del caso che si traducono in interventi di un destino superiore, in grado di modificare le sorti delle esistenze dei suoi personaggi (come accade qui appunto per la morte della compagna di Yūsuke): tutto il precedente Wheel of fortune and fantasy, a partire dalla lunga confessione in auto con cui prendeva il via il primo episodio (la prova generale per questo film?), girava intorno al concetto.

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Drive my car ne riprende (oltre all’esplorazione di un discorso aperto sulla sessualità) quantomeno la fascinazione per l’arte del racconto, la passione per gli intrecci e le storie da narrare in forma orale ma anche nell’incarnazione di parola scritta da leggere ad alta voce (il secondo episodio di quel film): sono opere piene di dialoghi, quelle del cineasta giapponese, a dispetto dei cliché cinefili sul “genere”. Ma – e stavolta l’autore rivela esplicitamente questo metodo – le parole vengono utilizzate soprattutto come forma pura di struttura ritmica, flusso sonoro che si fa tappeto timbrico alle immagini. L’ossessiva ripetizione del nastro in cui la moglie del protagonista aveva registrato le battute del dramma di Checov, voce mai doma dall’autoradio nei lunghi tragitti in macchina, le letture a tavolino con gli attori costretti a eliminare qualunque inflessione ed emozione dalla resa dei propri ruoli… Hamaguchi e Yūsuke operano uno svuotamento deliberato di senso dall’emissione fonetica del verbo, che infatti il protagonista fa interpretare ad attori che parlano lingue diverse tra di loro sul palco, e difficilmente in grado di comprendersi l’un l’altro (malese, tagalog, mandarino, coreano, tedesco…). Sono uomini che sembrano parlare costantemente a sé stessi, ribattere ad interlocutori percepiti come vuota presenza meccanica (d’altra parte, Yūsuke non percepisce bene le distanze per colpa del suo glaucoma all’occhio…).

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Non si tratta tanto di sperimentare un lavoro sull’impalcatura messa a nudo del testo teatrale (c’è giusto un minimo accenno di raddoppio meta- tra palco e vita nella sequenza dell’arresto “in scena” del giovane attore scelto da Yūsuke per la parte di Vanja) quanto di dare un altro peso e un’importanza nuova alla cadenza delle pause, dei silenzi.
Nel progressivo diradarsi e dilatarsi della vicenda le parole si fanno sempre più aeree ed evanescenti, la neve della fuga finale da Hiroshima attutisce ogni suono di fronte alle macerie del passato, e la lingua silente dei segni con cui l’attrice muta scelta per il ruolo di Sonja interpreta il suo celebre monologo finale (“che fare? bisogna vivere” ecc) si fa insieme dichiarazione stilistica programmatica di Hamaguchi, vetta assoluta dell’intero film, e sunto morale della vicenda ben oltre la storia di partenza di Murakami (“quando arriverà anche per noi la nostra ora, moriremo umilmente, e di là, oltre la tomba, diremo che abbiamo sofferto, che abbiamo pianto, che la sorte è stata amara per noi, e dio avrà pietà di noi…”).

 

Miglior sceneggiatura al 74° Festival di Cannes

Titolo originale: Doraibu mai kâ
Regia: Ryûsuke Hamaguchi
Interpreti: Hidetoshi Nishijima, Toko Miura, Reika Kirishima, Yoo-rim Park, Dae-Young Jin, Satoko Abe, Masaki Okada, Perry Dizon, Ann Fite
Distribuzione: Tucker Film
Durata: 179′
Origine: Giappone, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.9

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.75 (4 voti)
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