Duck Duck – Harmony Korine dentro Snapchat

Harmony Korine continua a sperimentare con l’audiovisivo, misurandosi questa volta con gli Spectacles Glasses di Gucci e Snapchat. Prosegue il percorso da outsider/sabotatore all’interno del sistema

L’ultimo progetto di Harmony Korine in collaborazione con Snapchat e Gucci, ci ha testimoniato per l’ennesima volta la passione dell’autore di Spring Breakers per i nuovi registri e i nuovi linguaggi dell’audiovisivo. L’esperimento fatto con gli Spectacles Glasses, Duck Duck, è di fatto il primissimo corto che viene costruito interamente tramite dei semplici filtri Snapchat.

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È un’opera Dada che rifiuta gli standard e cerca di scuotere la fissità delle immagini per aprirle a nuovi percorsi che continuino a parlare della classica marginalità, colorata e surreale, del cinema koriniano. Aprire le immagini e forzare i formati sono da sempre prerogative di questo regista che ha costruito il suo cinema partendo da un punto zero post capitalista, post Britney Spears, che parte dal tornado che ha devastato l’Ohio di Gummo e si conclude, per ora, con l’autoriflessione di The Beach Bum. Harmony Korine è quello che Pirandello chiamerebbe “figlio del caos” e il suo cinema si nutre della realtà circostante; la mastica e la risputa sullo schermo. In perfetto equilibrio osmotico l’artista diventa spugna, come il Moondog di Matthew McConaughey ebbro di donne e fumo, che fa da ponte tra il dispositivo e l’immagine che nel mondo della digitalizzazione tende sempre più a prender vita all’improvviso, proprio come i filtri dei social. L’audiovisivo si spinge sempre più verso l’interattività, ma anche verso un’automatizzazione del linguaggio, verso una sempre maggiore de-autorizzazione (si inizia a parlare di sistema Netflix…).

Il destino vuole che per uno strano caso, l’operazione con cui si è dovuto scontrare Korine si avvicini per molti versi alla sperimentazione, affrontata già da Van Sant e Von Trier, di costruire uno sguardo senza aver la possibilità di guardare. L’utilizzo dell’Automavision (camera fissa che tramite un computer sceglie in maniera del tutto casuale cosa riprendere) per Il grande Capo e la scelta di Van Sant di girare per il set con in mano il copione di Hitchcock per il suo remake shot-for-shot di Psycho ricordano da vicino l’approccio di Korine per Duck Duck. Tutti e tre i lavori diventano testimonianza, nell’era del controllo e delle camere di videosorveglianza “catturate” da Shyamalan e Soderbergh, dell’impossibilità di controllare l’immagine. Il cinema si fa da se, camminando per le strade della Florida sfoggiando occhiali Gucci o cercando attraverso il montaggio l’ennesimo contatto con una forma di vita preesistente; come se il cinema del domani non possa esser altro che l’ennesimo montaggio soderberghiano.

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Il mash up di Steven Soderbergh del 2014 con le due versioni di Psycho.

Da anni ormai la Disney ha messo le mani sul mercato, siamo nell’era dei remake live action di Jon Favreau pensati per il nuovo pubblico cinefilo, creando dei “nuovi classici” dal linguaggio aggiornato che testimoniano l’impossibilità di smarcarsi dal passato. Quello  di Harmony Korine è da sempre dichiaratamente un cinema anti-Disney, la provocazione di un indipendente capace di resistere a tutto ciò e a qualsiasi fan deluso da titoli come The Last Jedi: è proprio Korine che nel frattempo continua a fare “scrab” sulle immagini (come in Duck Duck o nel videoclip girato per Bonnie ‘Prince’ Billy) per consumarle e aprirle ulteriormente.

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Se da una parte si può parlare di sistema Disney dall’altra si può parlare di un sistema indipendente, sgradevole e povero, che pian piano si insinua tra i grossi nomi della cultura occidentale. Un sistema in tutto e per tutto koriniano fino al midollo, dove qualsiasi cosa toccata dal regista di Gummo diventa facilmente brandizzata. Da Gucci e Dior fino a Rihanna, dove nel videoclip di Needed Me sembra quasi fare una sorta di sequel di Spring Breakers, questa volta dal punto di vista delle ragazze che si liberano del male attraverso il male. In un’intervista dichiarò come le scelte dei corpi disneyani di Vanessa Hudgens e Selena Gomez fossero totalmente casuali, eppure a livello anche semplicemente inconscio Korine ha sempre messo in campo la Casa di Topolino e la ricerca, come un vagabondo nella frontiera, di un posto per i suoi outsider in un mondo tutto luci e dollari. La Hudgens e la Gomez non si liberano solo di Alien e Big Arch, ma anche del loro passato. Nel ritorno in Lamborghini le reginette Disney non esistono più. “Gesù ha già pagato per i nostri peccati”, è il momento dell’invasione e del sabotaggio.

Come nello spot di Dior dove la sua protagonista entra tramite lo specchio in un mondo alla Alice in Wonderland, Korine adesso è dentro il sistema. Fa girare i suoi straccioni tra le ville di Gucci Mane e nella Disneyland dove pochi anni fa un altro koriniano doc, Sean Baker, girava il suo The Florida Project incentrato sulle vite di periferia intorno al parco di Orlando. Solo Duck Duck con il suo continuo movimento oscillatorio ci può salvare dalla fissità delle immagini, solo un Korine impossibilitato al controllo può continuare ad essere Korine.

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