Dumbo, di Tim Burton

Lo sguardo del diverso, dell’emarginato, di chi è piccolo e deve imparare a difendersi, di chi è grande ma non sa come fare, e di chi al posto degli occhi ha orbite nere in grado di ripensare il reale. Nel corso degli anni Tim Burton ha dato forma e consistenza alla sua immaginazione, dimostrando sin dagli esordi come animatore della Disney, di essere un bambino in fondo mai cresciuto, con una visione personalissima delle cose spesso non capita e accantonata, un po’ come i suoi personaggi, dotati di una profonda umanità. Così dietro Dumbo, l’elefante dai grandi occhi azzurri e dalle orecchie ancora più grandi per le quali viene deriso, ci sono i vari Vincent, Edward, Ed Wood, Ed Bloom, Jack e tutta la lunga schiera di ragazzi speciali che fanno capo a un regista–artigiano dell’immagine cresciuto a Lon Chaney e Boris Karloff, e quindi naturalmente predisposto a un continuo trasformismo di generi e stili.

In questa sua ultima fatica, perché di tale si tratta quando un cinema autoriale si confronta con un canone che ha scritto la Storia dell’animazione, si palesano evidenti limitazioni che hanno lasciato poco margine a un regista il cui nome è diventato un aggettivo di uso comune: burtoniana sarebbe potuta essere la psichedelica sequenza degli elefanti rosa o degli umani che in una notte temporalesca montano il tendone aiutati da un branco di elefanti; oppure si poteva andare oltre la semplice riscrittura, che avrebbe comunque implicato una reinvenzione (Batman o La fabbrica di cioccolato). E forse allora non si tratta soltanto del fatto che siamo di fronte a un remake live action Disney – ci sono stati di recente almeno un paio di esempi felici in cui l’impronta del regista era ben visibile (Il grande e potente Oz di Raimi e la Cenerentola di Branagh); il fatto è che il termine burtoniano è straordinariamente fluido e irregolare, e difficilmente etichettabile: chi si aspetta una favola dark e gotica resterà deluso; chi sognava nuovi esseri mostruosi, magari legati all’ambiente circense, dovrà cercare altrove. Chi invece avrà voglia di accogliere l’invito a spostare l’orizzonte a un’altezza diversa, vertiginosa come accade a Dumbo prima di lanciarsi nel vuoto, potrà assistere a un volo emozionante. L’identificazione di Burton con il protagonista è innegabile, ma lo è ancora di più quella con il maestro di cerimonie, Max Medici (Danny DeVito, non poteva essere altrimenti!) quando alla fine ci accoglie a Dreamland, il parco divertimenti, e guardando dritto in camera ci invita ad assistere a uno spettacolo unico: su un piccolo schermo prende vita un’immagine, un elefantino che fotogramma dopo fotogramma si alza da terra e inizia a volare; è il cinema di Burton, dei suoi esperimenti con l’animazione a passo uno, e più in generale il cinema stesso, macchina dei sogni che può rendere possibile l’impossibile.

Dumbo è in sostanza un impasto sicuramente riuscito di azione e sentimenti, temi disneyani e in parte burtoniani: la mancanza di una figura materna, il riscatto di un padre (Colin Farrell) attraverso il coraggioso esempio del cucciolo di pachiderma e, in fondo, la storia dell’America piegata dalla guerra appena conclusa, che romanticamente si rialza e cambia pagina. È stato fatto un grande lavoro sulla sceneggiatura, scritta da Ehren Kruger, dal momento che il film d’animazione del 1941 con la sua durata di poco superiore all’ora aveva una narrazione molto pulita e intensa. Con i suoi diversi ammiccamenti al Classico (il treno Casimiro, il topolino Timoteo che qui per fortuna non parla, le canzoni tra cui la struggente Bimbo mio) e un forte slancio sul presente (l’ultima splendida scena che sembra anticipare il prossimo remake in live-action), Dumbo si inserisce nella linea dei suoi predecessori, trovando però a differenza di altri (Alice in Wonderland e Maleficent) un buon compromesso tra tradizione e innovazione.

Titolo originale: id.
Regia: Tim Burton
Interpreti: Colin Farrell, Michael Keaton, Danny DeVito, Eva Green, Alan Arkin
Origine: USA, 2019
Distribuzione: Walt Disney Pictures
Durata: 112′