Durian Durian, di Fruit Chan

Il film post-handover con cui il regista si lascia alle spalle la visione destabilizzante della riunificazione, per raccontarla con uno sguardo più riflessivo. In streaming su Fareastream

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A Fruit Chan bastano dieci minuti per porre le basi su cui si regge l’intera struttura significante del film, e insieme, mettere in moto il percorso delle due protagoniste. Nel primo segmento di Durian Durian (2000), deputato alla presentazione della piccola Fan (presente anche nel precedente film del regista hongkonghese, Little Cheung, 1998) e della giovane Yan, di età diverse ma accomunate da medesime speranze e aspettative, è già possibile intravedere la sintesi non solo dei significati del film in questione, ma anche della poetica stessa del filmmaker. Nel mettere in correlazione l’approdo ad Hong Kong di Fan, nata a Shenzhen pochi anni prima dell’handover e cresciuta con il mito (ereditato dai genitori) “dell’isola libera” – una terra di ricchezza e prosperità dover poter crescere serenamente e “vedere film al cinema, imparare l’inglese e ammirare la città di notte dalle montagne” – e quello di Yan, costretta a prostituirsi ripetutamente come unica soluzione di guadagno, il regista espone la propria (cinica) visione sugli effetti generati dalla recente riunificazione sulla città e su coloro che vi abitano, in un discorso filmico che entra in rapporto dialogico con le sue precedenti opere.

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Diversamente da Made in Hong Kong (1997), The Longest Summer (1998) e Little Cheung, dove il senso di destabilizzazione provato dai giovani protagonisti per l’imminente transizione politico/culturale della propria terra viene dispiegato attraverso un montaggio frenetico, sincopato, in completa rottura con le tradizionali regole di découpage (approccio visuale che richiama le rapide e intense traiettorie esistenziali dei personaggi), in Durian Durian la disillusione delle aspettative, dei sogni e delle speranze che Yan nutre nei confronti della megalopoli meridionale passa, di contro, per un regime scopico meditativo, riflessivo, con la progressiva distensione del ritmo narrativo a segnalare un significativo cambio di paradigma per il cinema di Fruit Chan. Se nelle esperienze filmiche precedenti il regista hongkonghese è interessato perlopiù a trasmettere, attraverso le energetiche immagini (e gli irruenti protagonisti di Sam Lee), il confuso clima sociale di una città in transizione nel preciso momento in cui si sta verificando il cambiamento – la narrazione di The Longest Summer inizia proprio il 1 Luglio 1997, giorno dell’atteso handover – in Durian Durian, ad esigere un cambiamento nell’approccio estetico non è solo la diversità della protagonista Yan, che non provenendo dall’isola, ma dall’Hunan (nel freddo Nord-Est della Cina) non è egualmente travolta dalla dislocazione culturale della riunificazione, oppure la particolare cornice storica in cui si dispiega il racconto (inizio nuovo millennio, periodo in cui l’annessione è vissuta con maggiore naturalezza), ma è soprattutto il cambiamento di visione maturato da Fruit Chan sulla singolare unità del paese. Lungi dall’essere critico o nichilista, lo spirito con cui il regista racconta la rinnovata organizzazione sociale di Hong Kong denota, infatti, un’oggettività di sguardo assente nelle precedenti narrazioni, e che assume pieno significato nella seconda parte di film.

Se, nella prima frazione, la vita da prostituta condotta da Yan – una condizione da lei mai vissuta come “umiliante”, ma quale mera conseguenza da accettare per vivere ad Hong Kong – sottolinea l’impossibilità, da parte della ragazza, di trovare una propria dimensione nel Sud del paese (dove non può né esprimere realmente se stessa, né ricercare una stabilità economica ed esistenziale), è solo nella seconda parte di Durian Durian, nel momento in cui la protagonista ritorna al suo luogo d’origine, che ella può finalmente afferrare il senso della propria soggettività, in un unione estatica (ed estetica) con l’ambiente rurale circostante, luogo con cui, per la prima volta dall’inizio della narrazione, entra in completa e totale armonia. Di conseguenza, distante ormai dalle luci al neon degli affollati e frenetici mercatini di Mong Kok, il film ritrova una sua ragione d’essere proprio negli spazi larghi della Cina settentrionale, dove il responso critico sulla riunificazione ha perso la sua passata virulenza, a dimostrazione di come il paese intero, e non solo Hong Kong, può adesso rispondere alle esigenze esistenziali di tutta la popolazione. Non c’è il bisogno di andare ad Ovest – il Go West di Al di là delle montagne di Jia Zhang-ke, regista da cui Chan riprende lo sguardo sulla vita rurale, oltre alle canzonette popolari e le danze di Platform – né tanto meno di dirigersi al Sud, ma la necessità di rappresentare il cambiamento attraverso una visione più obiettiva del paese, con Hong Kong fotografata non solo nella sua natura antinordista di “salvifico microcosmo”, ma anche nella sua facciata più oscura, dove il durian del titolo (un frutto del Sud-Est asiatico dall’odore tanto sgradevole quanto prelibato nel sapore) si pone come metafora definitiva di un luogo in parte destabilizzante (per Yan), in parte meraviglioso (per la piccola Fan).

Titolo originale: Liu lian piao piao
Regia: Fruit Chan
Interpreti: Qin Hailu, Mak Wai-Fan, Mak Suet-Man, Yeung Mei-Kam, Chang Kin-Yung
Distribuzione: FAREASTREAM
Durata: 116′
Origine: Hong Kong, 2000

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
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