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Dust, di Anke Blondé

Un film estremamente elegante a cui manca sostanza e un pizzico di coraggio in più nel caratterizzare due personaggi e il loro contorno borghese e ipocrita. BERLINALE76. Concorso

Dust segue la caduta inesorabile di due uomini, due soci che insieme hanno creato un software rivoluzionario in grado di tradurre la voce umana in codice o testo scritto. Nel 1999, a pochi mesi dal famigerato Millennium bug, Luc (Jan Hammenecker) e Geert (Arieh Worthalter) vengono a sapere che la loro rete di società di comodo sta per essere smascherata dalla stampa internazionale. Per finanziare la loro ambiziosa impresa, i due imprenditori nel tempo hanno coinvolto e convinto ogni piccolo e grande investitore delle Fiandre, oltre a  falsificare i dati gonfiando le proprie entrate. Le prove devono essere distrutte e la discrezione è d’obbligo perché in sole 36 ore i due saranno arrestati. Da qui le loro strade si dividono, Luc, il goffo genio della programmazione, si ritira nella sua villa con la moglie, mentre Geert, il carismatico venditore dalla faccia di bronzo, trova rifugio tra le braccia dell’autista considerando ogni eventualità, persino quella di fuggire. Con il passare delle ore entrambi si renderanno conto che non è possibile fuggire dalle loro responsabilità, l’unica opportunità rimasta loro per placare quel senso di colpa è la ricerca di redenzione.

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Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo


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Quello che fin da subito non funziona nel film della regista belga Anke Blondé è la mancanza di spessore della vicenda, sia per quanto riguarda le relazioni interpersonali dei due protagonisti sia nel fattore scatenante della storia. Luc e Geert non sono abbastanza ripugnanti e le loro malefatte non sono abbastanza gravi per farceli disprezzare, o al contrario non sono così geniali da ammirarli o rimanerne affascinati. In questo caso la realtà supera di gran lungo la finzione, considerati i casi a cui assistiamo quotidianamente che coinvolgono spregevoli dirigenti di grandi aziende e migliaia di dipendenti rimasti senza lavoro o azionisti che si ritrovano con in mano carta straccia. Se l’obiettivo della cineasta era quello di mettere in scena e sviscerare le debolezze dei villain del nostro tempo non si può dire che sia cosa riuscita, tutt’al più si può apprezzare il rapporto che lega i due protagonisti. Soci in affari ma estremamente diversi tra loro, Luc è il lavoratore instancabile, vera e propria mente dietro al progetto, mentre Geert è il volto della società, il sorriso che ha convinto migliaia di persone a investire i loro risparmi sul progetto. Le sequenze in cui li vediamo insieme sono le migliori del film, purtroppo sono limitate al primo atto e alla resa dei conti finale.

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MONTAGGIO per VIDEO CORPORATE e SOCIAL, dal 3 marzo


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Sotto un diluvio universale e immersi in un fango che sembra trascinarli a fondo, Luc e Geert si muovono confusi tra le tante questioni in sospeso, alla ricerca di una salvezza che non arriverà. 36 ore per regolare i conti con se stessi e i propri cari non sono abbastanza, ma sono tutto quello che hanno. L’ultimo amplesso con la moglie, un saluto alla sorella, l’ultimo bacio con un vecchio amante e una piccola valigia da portare in carcere. Tutto qui, ma non basta. C’è un mare di parole non dette e antichi screzi che non si possono risolvere all’ultimo minuto, con tutto questo bisogna imparare a convivere. In compenso, tra di loro Luc e Geert riescono a gettare via le maschere urlandosi in faccia tutto quello che non erano mai riusciti a dire, in modo sporco e brutale, come due ragazzini nel cortile di scuola, l’unico modo per ricordarsi il perché avevano iniziato a lavorare insieme e qual era il loro sogno. Poco altro da dire su un film estremamente elegante a cui manca sostanza e un pizzico di coraggio in più nel caratterizzare due personaggi e il loro contorno borghese e ipocrita.

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Storia del cinema Modulo 1, dal 3 marzo online


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Il voto dei lettori
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