DVD – "Due o tre cose che so di lei – Versione integrale" di Jean-Luc Godard

Con “Due o tre cose che so di lei” Godard arriva alla piena maturità autoriale sfoggiando competenza tecnica, una cultura cinematografica approfondita e la voglia di uscire dagli schemi classici della linearità, inventandosi un finto documentario che riflette sulla Parigi dei suoi anni. Il dvd Ripley's Home Video è un omaggio imperdibile al cineasta.

Titolo originale: Deux ou trois choses que je sais d'elle

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Anno: 1966


Durata: 95'


Distribuzione:  Ripley's Home Video

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Genere: drammatico


Cast: Marina Vlady, Anny Duperey, Roger Montsoret, Raoul Lévy, Christophe Boursellier


Regia: Jean-Luc Godard


Formato DVD/video: 2.35:1 Anamorfico


Audio: italiano (1.0), francese (1.0)


Sottotitoli: italiano


Extra: Trailer originale di JLG; Trailer italiano; Freddy Buache-Dominique Païni: il fantasma del reale; cortometraggi: Histoire d'eau e Tous le garçons s'appellent Patrick.

IL FILM


Quando Jean-Luc Godard, reduce da Il maschio e la femmina e Una storia americana, inizia le riprese di Due o tre cose che so di lei, stiamo parlando di un autore affermato che mette mano ad un'opera già in partenza terribilmente rivoluzionaria. Una pellicola di arte concettuale in cui il film è a priori come un quadro, da incensare in quanto sforzo d'avanguardia raffinata, un collage di culture sovranazionali e di sentimenti antagonisti. Anti-americani, in primis, ma con uno sguardo schizinoso che se obietta da un lato, sul dolore della guerra, sulla tragedia del Vietnam e sul presidente Johnson che con la «morte nel cuore» ordina stragi e bombardamenti, al tempo stesso civetta con la pop-art wahroliana e con una visione pubblicitaria del cinema. Le inquadrature larghissime esaltano il cinemascope e i colori di una fotografia brillante, estraniante quanto l'aura documentaristica che avvolge l'idea contro-consumistica di base. La vita costa a Parigi – la Lei del titolo, stavolta non si tratta (solo) di una donna – e un'attrice, Marina Vlady, la quale dichiara, propedeutica conduttrice dell'intero spettacolo, l'identità del personaggio che andrà ad impersonare, citando Brecht come premessa, finisce a prostituirsi per permettersi lussi e vizi. Il decadimento della società imborghesita passa anche attraverso espedienti di questo tipo e la famiglia moderna crolla sul proprio (dichiarato ma in fondo in fondo irreale) impegno socio-politico. Per forza allora la cultura, in qualunque modo sia essa rappresentata, non può che essere inadeguata. Senza romanticismi il docu-dramma è una tragedia delle parti: dove i protagonisti parlano in presa diretta di fronte alla macchina, rivolgendosi faccia a faccia allo spettatore incuriosito, e dove tanti spezzoni differenti paiono incollati in maniera frammentaria tra di loro, come fermati cronologicamente con del nastro adesivo che regge poco. Il montaggio parallelo espone allo sguardo impegnato e un po' snob dell'intellettuale e del popolino una città che – letteralmente – si sta rifacendo il trucco, con le gru che lavorano assiduramente e i cantieri aperti. Formichine operose, sagaci pedine del gioco, artefici di quel che la gente non riesce più a creare, rifugiandosi nel materialismo e nel pressapochismo dell'approssimare citazioni a casaccio, senza un vero motivo, impauriti dal sesso e dalle apparenze. Due o tre cose che so di lei è allora per forza un documento d'accusa forte, un grido contro il compromesso inquadrato dei tempi; ma al tempo stesso, pur avendo i suoi dialoghi perso appeal con il passare degli anni, brilla per sagacia politica e sembra più attuale che mai oggi, in un periodo in cui (no) globalizzazione e accettazione massmediatica sono tornati a far parlare di sé.

IL DVD


Ottimo esempio di come presentare un film a un pubblico attento, il dvd prodotto da Ripley's Home Video è consigliatissimo. Anzitutto perché propone la versione integrale della pellicola, con alcune sequenza escluse nella versione italiana reintegrate e sottotitolate. Qualità video di tutto rispetto, formato anamorfico che è una gioia per gli occhi così come i colori nitidi e trasposti alla perfezione. Nessun artefatto o difetto dell'immagine disturba una visione chiara e sempre pulita. Curioso piuttosto il confronto tra i due audio, con quello francese monofonico più profondo e avvolgente di quello italiano. Fonte di sconforto è però la manipolazione che in fase di adattamento e traduzione dei dialoghi porta a estreme differenze tra le due versioni, tanto che in quella italiana è presente una pedante voce over totalmente assente in quella originale, in cui spesso prevale – giustamente – un silenzio da non riempire per forza. Notevole contraltare la sezione extra: si parte con un dibattito serrato tra due critici d'oltralpe, Freddy Buache e Dominique Païni, le cui conclusioni sono sì talvolta di parte ma altamente costruttive. Seguono i due trailer, quello italiano dell'epoca, chiassoso e ammiccante, e quello in totale assenza di rumori voluto da Godard, che ben esplicita le ambizioni metacinematografiche della sua creatura. Chiudono due pregevoli cortometraggi, il divertente Charlotte et Véronique, ou Tous les garçons s'appellent Patrick, del 1959, e il più serioso Une histoire d'eau, del 1961: frammenti ironici e personali dissertazioni sul sentimento chiamato corteggiamento che sarebbe poi ritornato nel cinema «maggiore» del filmaker transalpino.


 


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