Dvd – Rashômon, di Akira Kurosawa

Titolo originale: Rashômon

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Regia: Akira Kurosawa
Soggetto: “Rashômon” e “Nel bosco” di Ryunosuke Akutagawa
Sceneggiatura: Shinobu Hashimoto, Akira Kurosawa
Fotografia: Kazuo Miyagawa
Montaggio: Akira Kurosawa
Musiche: Fumio Hayasaka
Scenografia: So Matsuyama
Produzione: Jingo Minoru, Daiei Motion Picture Co.
Interpreti: Toshiro Mifune, Masayuki Mori, Machiko Kyo, Takashi Shimura, Minoru Chiaki
Durata: 88′
Origine: Giappone, 1950
Distribuzione video: Dolmen Home Video
Formato video: 1.33:1
Audio: giapponese 2.0; italiano 2.0
Sottotitoli: italiano; italiano per non udenti
Extra: trailer; “Introduzione storica al film e alla poetica di Akira Kurosawa” intervista a Maria Roberta Novielli; “Quando le immagini mentono” intervista a Ugo Volli; vecchi titoli di testa; vecchi titoli di coda; lista musicale completa; breve raffronto tra il film e i racconti; schede filmografiche di Akira Kurosawa, Toshiro Mifune, Takashi Shimura.IL FILM
Rashômon è del 1950. Anni in cui Kurosawa, quarantenne, aveva già inscritto a lettere di fuoco il proprio nome nella storia del cinema mondiale, con capolavori come L’angelo ubriaco (1948) e Cane randagio (1949). Rashômon conquista il Leone d’oro a Venezia (1951), ciò comporta la consacrazione di Kurosawa a cineasta di fama mondiale. Su un autore così fondamentale certo è difficile aggiungere dettagli, informazioni e critiche senza rituffarsi un po’ vergini nel suo universo, che possiamo oggi (ri)scoprire grazie al lavoro di edizione dei film nei supporti digitali. Che Rashômon sia un capolavoro o meno poco importa. Certo, basterebbero le immagini iniziali del film per rendersi conto della capacità compositiva di un grande autore. Nella prima scena avviene l’incontro nel bosco tra i protagonisti: il bandito Tajomaru e il samurai Takehiro con la moglie Masago a cavallo. Come ben suggerisce anche Aldo Tassone, nella monografia del Castoro su Kurosawa, “l’esplosione del desiderio è suggerita da quattro inquadrature da manuale: una panoramica verticale scopre il corpo della “velata”, primo piano del volto di Tajomaru abbacinato dall’apparizione, un favoloso carrello laterale inquadra il corpo eccitato del bandito che voltandosi si distende carponi in direzione della coppia che scompare in fondo alla radura”. Tanto per dire che la messa in scena di Kurosawa si individua per quella sua costante densità di elementi in gioco proposti allo spettatore attraverso la sapienza di inquadrature che hanno sempre un’importante valenza significativa. Con Rashômon lo sguardo di Kurosawa intende registrare i paradossi dell’anima umana. Lo stupore che ne deriva è anche intriso di dolore per le conseguenze che ogni gesto e differente versione comporta. Così i capricci “pirandelliani” delle varie testimonianze, rese dai personaggi ad un’autorità che non vediamo (coincide con l’occhio della macchina da presa), finisce con l’essere solo il triste rispecchiamento dell’uomo di fronte alle sue mille sfaccettature che lo condannano alla frammentarietà e soprattutto a ripiegare verso ideali di morale ed etica meno impegnativi. In Rashômon il contesto storico ha enorme importanza, simboleggiato dalla porta di Rasho distrutta dalle calamità del Giappone, la seconda guerra mondiale con l’occupazione americana che dura fino al 1952 e l’ambientazione nel passato del periodo heian all’epilogo, che prelude disordini e guerre. Kurosawa diceva nella sua autobiografia, a proposito di questo film, che il peggiore peccato dell’uomo è l’egoismo, la voglia di mettersi sempre in mostra: “gli esseri umani sono incapaci di essere onesti con se stessi, non sanno parlare di se stessi senza abbellirsi”. Ogni personaggio preferisce dare una versione migliore di sé, nonostante il dato di fatto rimanga il terribile omicidio. La scarna divisione in tre atti rende la storia avvincente per la sua nettezza figurativa. La musica che ricalca il Bolero di Ravel fa sicuramente riferimento alla ciclicità ineluttabile degli eventi: un uomo destinato a ripetere il male.

Il DVD.
Dal punto di vista tecnico l’edizione della Dolmen Home Video può vantare il restauro digitale del film. La parte video è davvero eccellente, non presenta difetti, il bianco e nero ha una profondità di definizione che non fa rimpiangere assolutamente le migliori proiezioni su pellicola (ed è tutto dire). Anche l’audio originale è buono sebbene penalizzato dalla colonna monofonica che già presentava effetti di trascinamento e distorsione dei suoni, ma in quantità del tutto sopportabile, anche se ci si può rendere conto, alzando il volume, che il disturbo è pressoché costante su tutta la lunghezza della traccia audio. Finalmente extra come si deve. Non solo le schede filmografiche di registi ed attori, nonché il trailer originale con sottotitoli italiani, ma anche, a piacevole sorpresa, i titoli di testa della versione italiana e quelli di coda, interessanti perché ci informano sulle voci dei doppiatori: Arnoldo Foà e Tino Carraro. Un’occasione per riscoprire un ottimo esempio di doppiaggio, realizzato con carisma e forza. Imprescindibile l’intervento dell’esperta di cinema giapponese Maria Roberta Novielli (della quale consigliamo l’ottima Storia del cinema giapponese, edita da Marsilio) di ben 17 minuti. Il suo excursus sulle caratteristiche del cinema di Kurosawa rende la visione ancora più chiara, soprattutto quando fa riferimento alla ripetizione di alcune figure metaforiche (del caos dell’uomo), la struttura geometrica a tre, oppure all’alternanza in senso orizzontale delle luci e delle ombre, lo scorrere stesso delle ombre sui volti. L’intervento di Ugo Volli, di venticinque minuti, non poteva che concentrarsi sul linguaggio dei corpi: centratissimo, perché nel film piccoli dettagli come il bandito che si schiaccia gli insetti sulla pelle descrivono un universo corporale molto denso, che in molti momenti è funzionale al prorompente erotismo, in altri sembra più una questione di pesantezza del corpo umano nel cosmo.

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