"Dylan Dog – Il film", di Kevin Munroe

Brandon Routh Dylan Dog Kevin MunroeQuella della fedeltà assoluta e dogmatica nei confronti del testo di partenza (letterario o fumettistico che sia), è una regola non scritta e non dovuta, postulata da schiere di fan(atici) di vaga matrice talebana: gli stessi che storcono il naso se Peter Jackson modifica di una virgola l’epopea di Tolkien e, probabilmente, gli stessi che avrebbero voluto ancora Rupert Everett nei panni dell’Indagatore dell’incubo (ma, data l’età, al limite stavolta avrebbe potuto interpretare il padre Abraxas). Nessuna riserva quindi sulle libertà prese da Kevin Munroe e dagli sceneggiatori: se il problema principale di Dylan Dog – Il film fosse solo l’assenza di Groucho (per problemi di diritti), del malinconico ispettore Bloch, di Londra, del maggiolone giallo (che invece è nero, anche qui per questioni di diritti, pare), saremmo a cavallo. E poco ci importa anche che Brandon Routh si dimostri fisicamente agli antipodi rispetto al modello cartaceo (tutt’altro che palestrato, e tutt’altro che abile lottatore con i calci e pugni). Non ci importa, davvero. Del resto anche Dellamorte Dellamore aveva assai poco in comune col personaggio di Tiziano Sclavi (il suo omonimo romanzo avrebbe poi gettato le basi del fumetto, ma è un altro discorso), eppure molti lo ricordano come “il” film tratto da Dylan Dog, e sbagliano. Il fatto che il fumetto ormai appartenga – giustamente – all’immaginario culturale popolare del nostro paese, di certo non aiuta lo spettatore di fronte alle immagini della pellicola; ma pensiamo a tutti quei fumetti trasposti (con molta libertà) su celluloide,  dei quali la maggior parte del pubblico italiano neppure sospettava l’esistenza prima di averne visto il film: Il corvo, From Hell, La Lega degli Straordinari Gentlemen, Adèle Blanc-Sec e via dicendo (l’elenco potrebbe continuare all’infinito). A prescindere dal valore delle singole opere, chi si è preso la briga di giudicarle in base alla fedeltà al materiale di partenza? Quasi nessuno, appunto. Solamente quella nicchia di lettori che già conosceva e amava il lavoro di gente come James O’Barr, Alan Moore, Jacques Tardi e soci. Con Dylan Dog invece no, è diverso. Tutti si sentono in dovere di giudicare, e distruggere a priori. Non è propriamente un atteggiamento egualitario… Tutto questo per dire che  il Dylan Dog di Kevin Munroe non è affatto un bel film, anzi. Dylan Dog è davvero un brutto film. Ma non per i motivi che i più sostengono, e questo andava detto. Nell’universo incorporeo e astratto del suo precedente TMNT – Teenage Mutant Ninja Turtles, Munroe aveva dimostrato un senso dello spazio e del movimento che – da bravo progettista di videogames quale era – conciliava alla perfezione il linguaggio cinematografico action a quello dei “liquidi inseguimenti in scenari digitali” (Sergio Sozzo): questa volta invece il suo stile vira violentemente verso una concezione più tradizionale del mezzo, rifiutando quando possibile l’utilizzo del digitale affidandosi all’immaginario classico delle creature d’antan. Morti viventi, licantropi e vampiri, resi tali più dal make-up che dalla computer grafica. Ma quello che vorrebbe essere un omaggio ai film di mostri vecchio stile, si  rivela in realtà un prodotto senza identità dagli esiti alquanto imbarazzanti: nonostante non voglia mai prendersi troppo sul serio (e questo probabilmente è il suo pregio maggiore), Dylan Dog – Il film guarda più agli episodi televisivi di Buffy – L’ammazzavampiri che non a operazioni di recupero (anche filologiche) come Wolfman di Joe Johnston, e si dimostra a conti fatti un oggetto difficilmente classificabile. Horror? Film per bambini? Commedia? O nulla di tutto questo? Non si sa da dove cominciare, e non si sa per quale verso prenderlo. Verrebbe quasi voglia di mettere da parte le armi affilate della critica e cullarlo come un mostruoso bebè al quale non si riesce di voler male…  Una sorta di grado zero dell’intelligenza, dove ogni idea è presa di forza da qualche altra parte (la guerra tra licantropi e vampiri, che da Underworld alla saga di Twilight sembra ormai l’unico motore narrativo possibile) e dove anche quei pochi spunti interessanti vengono subito lasciati cadere nel vuoto (New Orleans come luogo popolato dai non morti…). Una volta qualcuno avrebbe detto, non senza una punta di disprezzo, che la trama è riassumibile in dieci parole, ragion per cui sembra quella di un fumetto: e avrebbe avuto ragione, ma non c’è davvero nulla di meta-testuale in quest’affermazione. Forse, tra qualche anno, tutti questi motivi lo porteranno a essere considerato alla stregua di un piccolo cult, chissà. Per ora preferiamo rivolgere lo sguardo altrove.

 

Titolo originale: Dylan Dog: Dead of night

Regia: Kevin Munroe

Interpreti: Brandon Routh, Sam Huntington, Anita Briem, Peter Stormare, Taye Diggs

Distribuzione: Moviemax

Durata: 98'

Origine: USA, 2010

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    "Dellamorte Dellamore […] avrebbe poi gettato le basi del fumetto […]"

    E' una cosa che pensano in molti, sbagliando. "Dellamorte Dellamore", il romanzo, è uscito nel 1991, mentre Dylan Dog è nelle edicole dal 1986. E' il fumetto ad aver ispirato il libro, non viceversa.

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    @Daniele: Dellamorte Dellamore come romanzo è uscito ufficialmente nel 1991 ma la sua genesi risale a molti anni prima. E' stato proprio il personaggio di Dellamorte (insieme a Marlowe) ad aver ispirato la genesi del personaggio DYD nel 1984. Inizialmente doveva essere un detective duro e solitario, come il personaggio di Chandler, ma dopo varie discussioni in sede Bonelli venne modificato e portato al pubblico come il personaggio che oggi conosciamo.