È già “immaginario”. Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick, di Ron Howard

L’inizio è già “immaginario”. Una (falsa) soggettiva dagli abissi e una voce amica dal passato, la celeberrima balena-bianca e i passi lenti di Herman Melville, un testimone da ascoltare e le sue parole da riscrivere. Tenebre e luce: “azione!”. Ecco: in una manciata di inquadrature Ron Howard ri-figura il Linguaggio Classico con una maestria veramente disarmante… e noi spettatori siamo già lì, a nuotare nel mare-del-cinema, tra capodogli da cacciare e pagine bianche da riempire. In the Heart of the Sea. Adattando il romanzo omonimo di Nathaniel Philbrick (scritto nel 2000) Howard tenta un tuffo carpiato nella (nuova) Hollywood che da sempre ama, concependo un racconto sull’origine del Racconto di fondazione dell’epica americana. Moby Dick. Il romanzo che ne ha metaforizzato più di ogni altro leggende e frontiere, ossessioni e megalomanie, Mostri ed Eroi. Ma se l’opera somma di Melville era il “resoconto di viaggio” di Ismaele-vagabondo, marinaio che ci narrava le vicende del Capitano Achab e della sua “anima ferita”; qui i presupposti sono esattamente rovesciati: a raccontare è l’anima ferita/sopravvissuta di Thomas Nickerson (Brendan Gleeson) e il suo spettatore primo diventa paradossalmente lo stesso Melville (interpretato da Ben Whishaw). E allora l’ossessione per la Balena (vera dimensione mancante del film di Howard, mancando gli occhi di Achab sulle cose…) si trasferisce coattamente nella penna di un giovane scrittore che non può “fare a meno di dar forma a questa storia, perché mi ossessiona da quando l’ho ascoltata per la prima volta”.

2Sono le immagini, quindi, a sostituire Achab. Rispetto ai leggendari squarci epici del romanzo o alla mastodontica figura di Gregory Peck nel più famoso degli adattamenti cinematografici (quello di John Huston del 1956), qui si lascia istantaneamente il campo a un originario dispositivo di azione-reazione. Il film non concede respiro e non descrive nulla, innescando una sorta di Rush in mare aperto tra il capitano Pollard (Benjamin Walker) e il suo primo ufficiale Owen Chase (Chris Hemsworth), tra un cattedratico e un campagnolo, tra la razionalità e la passione. Una sfida eterna che solca il mare e fa viaggiare a ritmi da capogiro la nave Essex e le sue prede, “inquadrate” nella straordinaria tavolozza visiva di Anthony Dod Mantle (già direttore della fotografia di Rush) che qui alterna squarci di tramonti “turneriani” e abissali deep blue nelle profondità marine. Sfruttando intelligentemente un 3D umanista e sempre ben dosato nell’ormai ontologica programmabilità dell’effetto digitale. Si torna ad una pura attrazione quindi…sino all’arrivo della Balena Bianca. Evento che fonde tutte le istanze opposte: la ragione e l’istinto (tra Pollard e Chase scatta l’alleanza sull’altare della sete di potere e denaro), la narrazione e la mostrazione (perché finalmente si è palesato l’antagonista degli antagonisti, la natura selvaggia da domare come cuore di ogni “divenire” americano verso la frontiera). È scoccata la scintilla del racconto ed è qui che Howard opera un chirurgico stacco di montaggio tra l’apparizione della Balena e il volto di Melville: “ma è tutto vero?”…”sin troppo vero!” risponde Nickerson. Al racconto si è già sovrapposto il Mito. Il viaggio vira così verso i “limiti della ragione”, dove “termina la conoscenza e inizia la speculazione”, dove l’immagine prende letteralmente fuoco nell’incredibile sequenza dell’affondamento ad opera di una maestosa ed elegante balena vendicativa. Lo spettacolo, il cinema, è la sola tangibile conseguenza…

15Insomma: il vero capitano di questa nave, manco a dirlo, è il vecchio Ron Howard. Cineasta ormai consapevolissimo del tempo che stiamo vivendo e del cinema che sta sopravvivendo come sinuosa e antica “balena-bianca” nel mare liquido dell’immagine contemporanea. Un cineasta che non rinuncia a nulla della sua identità, navigando sicuro tra un omaggio al padre Huston (la sequenza del sezionamento della prima balena è un chiaro riferimento all’identica situazione di Moby Dick) e uno al fratello Spielberg (il primo attacco alla nave ricorda molto l’apparizione de Lo Squalo), per finire a sconfinare in una riflessione filosofica su natura-cultura (forse la parte più zoppicante del film) che ricorda il Peter Weir di Master and Commander. Dimostrando così una capacità di ri-prendere, adattare e rimettere in circolo gli archetipi classici e post-classici che ha veramente pochi eguali nel cinema hollywoodiano contemporaneo. Silenzio, adesso. Pollard e Chase si guardano e si ri-conoscono, Melville e Hickeston si guardano e si riconoscono, Moby Dick e il suo spettatore si guardano e si riconoscono: questo magnifico Heart of the Sea, allora, è già “immaginario”.

 

Titolo originale: In the Heart of the Sea
Regia: Ron Howard
Interpreti: Chris Hemsworth, Cillian Murphy, Michelle Fairley, Paul Anderson, Charlotte Riley, Brendan Gleeson, Ben Whishaw, Benjamin Walker, Jordi Mollà
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 121’
Origine: Usa, 2015