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È morto Béla Tarr, uno dei grandi maestri del cinema ungherese

Il regista si è spento a 70 anni dopo una lunga malattia. Con il suo cinema radicale ed il suo sguardo esistenzialista ha raccontato un’umanità sempre più ai margini e priva di punti di riferimento

Ci ha lasciato oggi Béla Tarr, uno dei maestri del cinema ungherese. Il regista si è spento a 70 anni dopo una lunga malattia, come ha confermato la famiglia in una nota dell’agenzia di stampa MTI. Il suo ultimo film da regista è il centrale Il cavallo di Torino, del 2011, sorta di sintesi del suo sguardo esistenziale e del suo linguaggio rarefatto, costruito a partire da lunghi piani sequenza, da movimenti di macchina che ripensano il rapporto dei personaggi con il tempo e lo spazio e dall’uso del bianco e nero.

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Prima però c’era stato un altro cinema, scoperto a sedici anni, quando Tarr era un giovanissimo appassionato del linguaggio documentario i cui primi lavori, tutti dedicati a lavoratori e alla povera gente che il futuro regista incontrava ogni giorno nella sua città, vennero notati dai Bela Balasz Studios, che gli produssero il suo lungometraggio d’esordio, Nido famigliare, girato ad appena 22 anni e profondamente influenzato da uno sguardo realista.

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La storia del film ha infatti per protagonista Irén, che vive a Budapest, vorrebbe lasciare il marito ma non riesce a ottenere una nuova casa perché le sue richieste finiscono invischiate nella burocrazia statale.

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Dopo altri due film caratterizzati da un approccio simile, L’outsider (che sancirà l’inizio della collaborazione con Agnes Hranitzky, sua futura compagna di vita e montatrice di tutti i suoi film da quel momento) e Rapporti prefabbricati, Tarr inizia a ripensare radicalmente il suo linguaggio.

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Nel 1982 dirige infatti un adattamento del Macbeth già caratterizzato da un uso radicale del piano sequenza. Il film è infatti diviso in due sole inquadrature, una di cinque minuti e la seconda di poco meno di un’ora.

Formalizzerà però il suo stile solo nel 1987, grazie al film Perdizione, primo progetto che Tarr scriverà in collaborazione con il premio Nobel 2025 Laszlò Krasznahorkai e pietra di volta della seconda fase del suo cinema, quella più “apocalittica”, legata al linguaggio dello slow cinema, della contemplazione e popolata di personaggi ai margini, costretti a venire a patti con la durezza dell’esistenza e con lo smarrimento che si prova di fronte alla fine di tutte le cose.

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Sette anni dopo, sempre insieme a Krasznahorkai adatterà il fondamentale Satatantango (da un romanzo dello stesso autore ungherese) in un progetto fiume di sette ore che diventerà manifesto del suo sguardo pessimista e soprattutto di una società costantemente in cerca di una redenzione impossibile o quantomeno di un punto di riferimento che possa condurla lontano dal baratro generato dalla caduta del comunismo in Europa dell’Est.

Delle possibilità e dei limiti di un cambiamento rivoluzionario Tarr ragionerà nel successivo  Le Armonie di Wreckmeister, del 2000, nuovamente tratto da un romanzo di Krasznahorkai e che racconta proprio degli antefatti e delle conseguenze di una sommossa popolare che avviene in una piccola e desolata cittadina ungherese in concomitanza con l’arrivo di un misterioso circo.

Dopo L’uomo di Londra, ispirato all’omonimo romanzo di Simenon, Béla Tarr si congederà dalla regia quattro anni dopo, nel 2011, con Il cavallo di Torino, attraverso cui quasi torna al punto zero di quell’abisso esistenziale che da sempre ha lambito con il suo cinema. In particolare Tarr lo individua nel gesto violento di un vetturino che frusta un cavallo ormai stremato davanti casa di Frederich Nietzsche. Il filosofo sarà testimone di quell’aggressione e, si dice, proprio a causa di questa visione inizierà la sua discesa nella follia.

Dal 2013 ha fondato la scuola di cinema internazionale film.factory attraverso cui formare giovani cineasti anche grazie ad un corpo docenti che negli anni ha visto coinvolgere anche solo in qualità di ospiti registi come Pedro Costa, Carlos Reygadas e Apichatpong Weerasethakul e attori come Tilda Swinton.

Tra i suoi ultimi progetti cinematografici c’è proprio la produzione di Lamb, horror del 2021 esordio nel lungometraggio dello studente di film.factory Valdimar Jóhannsson.

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