È morto Jesse Jackson, baluardo dei diritti Black che segnò un’epoca
Erede di Martin Luther King, lo storico attivista cambiò l’anima dei Democrats con il suo carisma fino all’elezione di Obama nel 2010. Al popolo disse “sognate, mantenete viva la speranza”
Il reverendo Jesse Jackson, la cui passionale oratoria e visione populista di una “coalizione arcobaleno” dei poveri e degli emarginati lo hanno reso la figura afroamericana più influente della nazione negli anni tra le crociate per i diritti civili del reverendo Martin Luther King Jr. e l’elezione di Barack Obama, è morto martedì nella sua casa di Chicago. Aveva 84 anni. La sua morte è stata confermata dalla famiglia in una dichiarazione, in cui si afferma che Jackson “è morto serenamente”, senza però specificarne la causa. Jackson era stato ricoverato in ospedale a novembre per curare una rara e particolarmente grave malattia neurodegenerativa, ma i suoi primi problemi risalgono già al 2017, quando aveva annunciato di essere malato per la prima volta.
“Il mio elettorato è composto dai disperati, dannati, diseredati, mancati di rispetto e disprezzati”, affermò Jesse Jackson con il suo tono cadenzato dal pulpito al Convegno Nazionale Democratico del 1984 a San Francisco. “Sono irrequieti e cercano sollievo”. La sua era pura identificazione personale, fedeltà a sé stesso, come ricordano le persone che lo circondavano da piccolo. Si distinse sempre per la sua energia, intelligenza e prestanza fisica: “era un ragazzino incredibilmente sfrontato, che non si lasciava mai intimidire“, raccontò Vivian Taylor, insegnante di inglese al liceo di Greenville, a Marshall Frady per la sua ampia biografia del 1996, Jesse: The Life and Pilgrimage of Jesse Jackson. Aggiunse: “fin dall’inizio aveva una grande opinione di sé stesso“.
Grazie alla sua ambizione e alla sua naturale, istintiva energia, diventò un punto di riferimento in un era di transizione per i diritti civili, in cui le leggi Jim Crow erano ancora un ricordo fresco (l’ultima fu abolita solo nel 1965) e un vero potere Black una lontana aspirazione. Figlia dei tumulti di quegli anni, la sua visione prevedeva che una coalizione inclusiva di persone di colore e altri che erano stati ai margini della vita americana sarebbero ora passati in primo piano e l’avrebbero trasformata. A ricordarlo sono le sue esortazioni a “mantenere viva la speranza” e le sue richieste di rispetto per coloro che raramente lo ottenevano, in particolare nei suoi discorsi galvanizzanti alle convention democratiche del 1984 e del 1988, in occasione delle sue candidature presidenziali. Ma la sua retorica monumentale viaggiava di pari passo con un certo opportunismo e una tendenza a mitizzare la propria immagine, che gli valse non poche critiche negli Stati Uniti.
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Tali tratti si palesarono pochi minuti dopo l’assassinio di Martin Luther King Jr. nel 1968: mentre il resto della cerchia dell’attivista era sotto shock, Jackson colse l’attimo, cercando di strappare il mantello di leader dei diritti civili a uno qualsiasi dei suoi collaboratori più stretti. Successivamente, Jackson divenne una figura centrale di transizione tra i grandi leader storici dei movimenti black come Malcolm X e King, aprendo la pista per il successo politico di Obama nella campagna del 2010. E, nonostante le ambiguità, portò al centro del dibattito una visione ampia delle opportunità offerte dall’America che, secondo i suoi ammiratori, contribuì a cambiare il panorama delle possibilità della nazione. E la sua idea di una coalizione multirazziale sostenuta da un governo attivista per affrontare la dilagante disuguaglianza nella vita americana rimane centrale per l’ala progressista del Partito Democratico tutt’ora, ispirando gruppi come il recente Black Lives Matter.





















