È morto Kijū Yoshida, maestro della New Wave giapponese

Aveva 89 anni. Con lui se ne va uno degli artisti più anarchici e geniali del Giappone, capace di portare il cinema nipponico nella modernità. Ne ripercorriamo la carriera insieme alla nostra top 10

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Un gigante. Questo è stato per il cinema nipponico Kijū Yoshida, scomparso giovedì a Tokyo all’età di 89 anni. La notizia della sua morte, data dalla moglie e compagna artistica di una vita Mariko Okada, porta dietro di sé un vuoto incolmabile per la modernità cinematografica giapponese, di cui Yoshida ha rappresentato uno degli interpreti più sfuggenti, incontenibili e illustri, soprattutto per le riflessioni teoriche che veicolava attraverso le sue stesse storie. E che lo portano sul finire della carriera a comporre una delle opere centrali negli studi accademici sul cinema di Ozu.

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Nato nel 1933 nella prefettura di Fukui, dopo il secondo conflitto mondiale Kijū Yoshida (noto anche con il nome di Yoshishige) si trasferisce a Tokyo per studiare letteratura francese. E come molti dei suoi coetanei appassionati di cinema, nella metà degli anni ’50 decide di unirsi alle fila della Shochiku, una delle grandi major della cinematografia nipponica, che proprio in quegli anni offre agli artisti emergenti della nuova generazione la possibilità di dirigere pellicole rivolte ad un pubblico giovanile. Dopo un lungo apprendistato come assistente alla regia per Keisuke Kinoshita, nel 1960 debutta con Good-for-Nothing, un classico seishun eiga (film sui giovani) in cui già si intravedono i canoni di un anarchismo espressivo poco coerente con le restrizioni estetiche della major, e che lo porterà di lì a breve a fondare una propria compagnia di produzione indipendente. Ma il soggiorno alla Shochiku, proseguito con altre opere giovanili come Blood is Dry (1960) e Bitter End of a Sweet Night (1961) ha un’importanza centrale per il rinnovamento delle arti cinematografiche in Giappone. È in questo periodo che l’attività di Yoshida, insieme a quella di altri registi sotto contratto con le varie major come Nagisa Ōshima, Shohei Imamura, Hiroshi Teshigahara e Masahiro Shinoda, dà vita a quel movimento culturale noto come Nūberu bāgu (Nuovo Cinema Giapponese) che contribuisce a catapultare nella modernità la cinematografia nipponica, grazie ad una rottura pressoché totale dei tabù rappresentativi e dei canoni di messa in scena classici. Prefigurando così per le audience locali (e, successivamente, per quelle internazionali) l’avvento di alcune delle opere più potenti, radicali e influenti del cinema mondiale anni ’60. Al cui sviluppo Yoshida offre un apporto immortale.

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È con Le terme di Akitsu (1962) che il regista giapponese getta le basi per le successive sperimentazioni. La storia di una donna vittima delle scellerate (e patriarcali) azioni del suo uomo prefigura qui non solo l’inizio di quella lunga e articolata indagine sulle relazioni di genere a cui Kijū Yoshida dedicherà la sua intera filmografia, ma anche il principio del sodalizio (romantico e creativo) con l’attrice Mariko Okada. A quel punto il terreno per inseguire un’autonomia di espressione lontana dalle costrizioni delle major è decisamente fertile. Nel 1964 si separa dalla Shochiku a causa di una serie di interferenze e censure mosse dai produttori durante la lavorazione di Escape from Japan, e insieme alla moglie fonda a due anni di distanza una società di produzione indipendente, la Gendai Eigasha, con cui realizza subito The Woman of the Lake. È l’inizio di un percorso autonomo, che consente a Yoshida di mettere a frutto quell’estetica “dei vuoti” che troverà nelle opere politiche del periodo successivo la sua teorizzazione più alta. Tra il 1969 e il 1973 il regista produce un trittico di film su alcuni celebri rivoluzionari nipponici, in cui è la forma – o meglio la distorsione dei suoi codici rappresentativi – e non la linearità narrativa, a veicolare il potere anarchico delle loro idee. Stilemi come ellissi, superamento delle costrizioni spazio-temporali dell’immagine, inquadrature decentrate e fuori asse, unite a narrazioni che compromettono l’andamento crono(logico) degli eventi, diventano così per Yoshida il senso stesso della sua poetica. Un anti-cinema che, per sua ammissione, non vuole semplicemente “raccontare una storia, ma descrivere vuoti”. È negli spazi vacui in cui gli anarchici di Eros + Massacre (1969), Heroic Purgatory (1970) e Coup d’État (1973) agiscono e si rivelano che Yoshida ribadisce l’oppressione della donna all’interno della sfera sociale giapponese. Una condizione che in Confessions Among Actresses (1971) assume un’evidenza ancor più spiazzante, legandosi direttamente al potere del cinema (e della recitazione) di costruire identità femminili, al di là dello sguardo coercitivo dell’uomo.

Ma come molti dei registi della New Wave, la seconda metà degli anni ’70 rappresenta per Kijū Yoshida un periodo di grande crisi. Abbandona improvvisamente il cinema di finzione, e inizia a dirigere una serie di documentari televisivi sulle arti. Dopo 13 anni dall’ultimo film, ritorna dietro la macchina da presa con The Human Promise, seguito da un adattamento di Cime tempestose (1988) in cui non perde lo smalto nell’indagare molti dei tabù più controversi della sfera sociale nipponica. Negli anni successivi realizza alcuni film-saggi sull’invenzione/evoluzione del cinematografo, ed è in questa fase di distacco dal cinema narrativo, che il cineasta trova una nuova forma di espressione nella letteratura accademica. Al punto che nel 1998 consegna alle stampe L’anti-cinema di Ozu, un volume dedicato alla poetica del celebre cineasta, in cui alla visione analitica delle sue opere, affianca riflessioni di natura più intima e personale riguardanti il suo stesso rapporto con il maestro. Un testo cardine, che rende conto della capacità di speculazione critica di uno degli artisti più sopraffini, visionari e anarchici della cinematografia giapponese, costretta ora ad interfacciarsi con i postumi della sua assenza. Perché la scomparsa di Yoshida, ad oggi, lascia un vuoto più grande di quello che la sua morte in apparenza racconta. Con lui se ne va uno degli ultimi esponenti di una generazione di inveterati rivoluzionari. Capaci di cambiare l’industria dall’interno, e tracciare con i loro percorsi le vie future della cultura giapponese. Di cui Yoshida, insieme ai colleghi Yamada e Hani, ha rappresentato fino a pochi giorni fa uno dei suoi più grandi cantori esistenti.

La nostra top 10

Good-for-nothing (1960)

Blood is Dry (1960)

Le terme di Akitsu (1962)

Woman of the Lake (1966)

The Affair (1967)

Impasse (1967)

Eros + Massacre (1969)

Heroic Purgatory (1970)

Confessions Among Actresses (1971)

Coup d’Ètat (1973)

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