È morto Tom Stoppard, il più celebre drammaturgo inglese
L’autore è stato al centro del mondo teatrale inglese dal 1967 con Rosencrantz e Guildestern sono morti. Lavorò anche su diversi film, tra cui Brazil e Shakespeare in Love, per cui vinse l’Oscar
Quando Tom Stoppard vince l’Oscar alla Miglior Sceneggiatura per Shakespeare in Love (1999), il premio, che per alcuni rappresenta il massimo riconoscimento possibile, è solo il corollario della carriera già ampiamente riconosciuta e canonizzata del drammaturgo. Tutto inizia nel 1967, quando Rosencrantz e Guilderstern sono morti è messo in scena al National Theatre di Laurence Olivier, e Stoppard ottiene fama quasi istantanea nel mondo del teatro inglese.
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L’autore nasce nel 1937 in Cecoslovacchia, con il nome Tomáš Sträussler. Gli anni della guerra sono segnati da continui spostamenti e fughe per la famiglia ebraica degli Sträussler, passando da Singapore all’India, e arrivando finalmente in Inghilterra (senza il padre, che muore quando Tom ha quattro anni). L’inglese è quindi lingua d’adozione per Stoppard (il cognome viene dal patrigno Kenneth), ma anche l’unica che padroneggia, vista la giovane età a cui ha lasciato la terra d’origine. Non è casuale che una caratteristica della sua scrittura, fin dagli inizi nella critica teatrale, sia proprio il continuo gioco con il linguaggio e le parole. Nell’opera The Real Thing, del 1982, scrive: “Non credo che gli scrittori siano sacri, ma le parole sì. Meritano rispetto”. Incarna così il prototipo dello scrittore witty (arguto, sagace), elemento centrale della cultura letteraria inglese fin dai tempi di Shakespeare.
Ed è proprio il Bardo che gli fornisce lo spunto per il suo primo successo, in cui due personaggi secondari di Amleto (Rosencrantz e Guildenstern, appunto) diventano protagonisti di un anti-dramma che per certi versi è anche un omaggio a Aspettando Godot. La cifra dell’autore è già ben definita: il pastiche di fonti e motivi diversi, il linguaggio spiritoso e arguto, e sofisticati giochi metanarrativi, spesso configurati come teatro nel teatro. Sono i tratti di una produzione prolifica e sofisticata in cui si gioca con una vasta gamma di stili e dove non ci sono distinzioni tra cultura “alta” e “bassa”. Anche nelle interviste ama la provocazione, arrivando a dire “personalmente, avrei preferito scrivere Winnie The Pooh che le opere complete di Brecht“.
La sua occupazione principale rimane il teatro, con molte altre produzioni acclamate come Travesties (1975), The Real Thing (1983), Arcadia (1993) e la trilogia The Coast of Utopia (2002). Ma Stoppard lavora anche in media diversi, spesso collaborando con la BBC per radiodrammi e produzioni televisive, come l’adattamento Parade’s End (2012), dal romanzo di Ford Madox Ford, o ancora Darkside, sorta di adattamento radiofonico di Dark Side of The Moon dei Pink Floyd. Naturali quindi le ripetute incursioni nel cinema, inaugurate nel 1978 con Despair, primo film in inglese di Fassbinder e tratto da un romanzo di Nabokov. Più successo ha la collaborazione alla sceneggiatura di Brazil di Terry Gilliam, che riceve una prima candidatura agli oscar. Negli anni successivi presta poi due volte la sua penna a Spielberg, per L’impero del sole e Indiana Jones e l’ultima crociata, dimostrando un interesse anche per i blockbuster, seppur “d’autore”.
Anche in ambito cinematografico spiccano l’ironia e l’autoreferenzialità tipiche del suo teatro, e soprattutto nell’unico film da regista, l’auto-adattamento di Rosencrantz e Guildenstern sono morti con Tim Roth e Gary Oldman. L’opera, nonostante critiche altalenanti, riceve il Leone d’oro al Festival di Venezia del 1990. Ulteriori riconoscimenti arrivano nel 1998 per la sceneggiatura di Shakespeare in Love, che ottiene 7 oscar e il favore di un pubblico di massa, forse il più vasto nella carriera dello scrittore. Negli anni successivi ricordiamo, tra gli altri, una revisione nello script di Star Wars: Episodio III, e l’adattamento di Anna Karenina per Joe Wright, in cui troviamo un impostazione distintamente (meta)teatrale del romanzo di Tolstoj.
L’ultima opera teatrale di Stoppard, ormai uno dei drammaturghi più importanti in Inghilterra e nel mondo, apre al Wyndham’s Theatre di Londra nel 2020, poco prima del lockdown. Leopoldstadt è la saga di una famiglia ebrea a Vienna nella prima metà del novecento; per la prima volta l’autore fa i conti con il suo passato e l’eredità dei nonni, vittime dei campi di concentramento. Allo stesso tempo dà alla piéce un carattere crepuscolare, dichiarando che probabilmente sarà il suo ultimo lavoro. E così è stato.
Il 29 novembre la BBC ha annunciato la morte dello scrittore, avvenuta nella sua casa del Dorset all’età di 88 anni. Il comunicato recita: “Sarà ricordato per le sue opere, per la loro brillantezza e umanità, e per il suo ingegno, la sua irriverenza, la sua generosità d’animo e il suo profondo amore per la lingua inglese“.





















