"E' una nostra speranza profonda: che l'essere umano, prima di commettere l'irreparabile, tenti di ritrovare se stesso e l'altro" – Incontro con Jean-Pierre e Luc Dardenne

I fratelli Dardenne continuano a credere in un cinema che trasformi la vita in una riflessione morale che non riguardi solo i loro personaggi ma anche gli spettatori che li osservano. Il matrimonio di Lorna studia e stravolge il rapporto tra verità e menzogna nella ricerca di un’umanità che troppe volte le persone nascondono negli abissi del proprio cuore.

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 Jean-Pierre Dardenne – Si tratta di un film più complesso, con più trama, più romanzato, rispetto ai nostri precedenti. Diverse storie si intrecciano tra di loro. Lorna è un’eroina, ma i personaggi che le ruotano intorno non sono affatto secondari.

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 Luc Dardenne – Un po' alla volta facciamo uscire gli uomini dalla scena. Uno dopo l'altro: Claudy, Sokol, Fabio, Spirou. Il film racconta come Lorna arriva a separarsi da questi quattro uomini, per custodire alla fine il loro ricordo nella sua pancia.

 Come vi è venuta l’idea di inserire nella storia un matrimonio bianco?

 JPD – Nel 2003 abbiamo incontrato un’educatrice di strada. Ci ha raccontato un episodio della sua vita personale. Suo fratello era un tossicomane. L’ambiente della malavita albanese l’aveva contattato per un matrimonio bianco. Si trattava di sposare una prostituta straniera in cambio di 10.000 euro. La sorella aveva sentito parlare di tossicomani, trovati morti per overdose, dopo quello che aveva l’aria di essere un matrimonio bianco e ha messo in guardia il fratello del pericolo. Abbiamo conservato questa storia per noi. Solo dopo le riprese de L’enfant ci abbiamo ripensato.

 La maternità di Lorna spinge lo spettatore a riflettere sul rapporto tra verità e menzogna sul quale è stata costruita la vita della ragazza. Vale anche per la stessa Lorna?

 LD – Ci piaceva l’idea che in un racconto morale, la questione del buono e del cattivo fosse costantemente messa in dubbio da quella del vero e del falso. La malavita comincia a costruire un falso: un falso matrimonio per ingannare la polizia, le autorità e soprattutto Claudy. Poi un divorzio e la morte per overdose. L’essenzialità della scena fa in modo che non si possa essere sicuri di quello che è accaduto a Claudy. In ultimo luogo il bambino. Ci piaceva l’idea che i delinquenti prendessero qualcosa di falso per vero. Si scopre che questo bambino, anche se inventato dal corpo di Lorna, esiste da qualche parte. E’ falso, ma lei ci crede come se fosse vero.

 Quale è il ruolo del senso di colpa nel vostro cinema?

 JPD – Si tratta di vedere se la colpa è la chiave per mostrare un’umanità nuova; ne L’enfant attraverso le lacrime di Bruno, in questo film attraverso la follia di Lorna: rivelare come l’essere umano ad un certo punto si arrenda e senta il bisogno di creare un legame non strumentale, ma umano. Siamo più crudeli con Lorna che con Bruno. Alla fine Lorna ci lascia, lascia la terra. Per questo motivo si dimentica della sua borsa, dei suoi documenti, dei suoi soldi e non ci pensa più. Si può dire che la sua colpa la spinga alla follia, ma allo stesso tempo le faccia ritrovare la fiducia nelle persone. E’ una nostra speranza profonda: che l’essere umano, prima di commettere l’irreparabile, tenti di ritrovare se stesso e l’altro. Nei nostri film siamo molto più ottimisti che nella realtà.

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