È uscito il film su Melania Trump, ed è come ce lo aspettavamo
Il documentario sulla First Lady è finalmente uscito tra mille polemiche. La stampa anglofona lo ha demolito senza pietà, ma il pubblico del film è rimasto soddisfatto dell’opera di propaganda
Dopo polemiche di ogni tipo è uscito finalmente il documentario sulla first lady americana. Finora la questione più discussa era stata quella del budget spropositato del film, per cui Amazon MGM ha pagato in totale 80 milioni di dollari (di cui 20 solo a Melania Trump), una cifra inaudita per un documentario che sicuramente non sarebbe mai stata recuperata. Già prima dell’uscita si dava per scontato che l’investimento era più politico che economico, con delle previsioni di 5 milioni di incassi nel primo weekend. Su questo fronte le aspettative sono state leggermente superate, con 8 milioni di dollari guadagnati. Nel frattempo però sono arrivate anche le recensioni della critica (e quelle del pubblico), e nessuno si è risparmiato dal demolire il film.
La stampa americana, che era stata esclusa fisicamente dalla premiere del film al Kennedy Center di Washington, ha dato per una volta del suo meglio. Per The Atlantic il film è “una vergogna, esemplifica il marciume della nostra industria culturale” e aggiunge: “non è un documentario, è un racket di protezione […] tutti questi progetti vanitosi sono un modo per consolidare il proprio potere e le proprie ricchezze“. Anche l’Hollywood Reporter scrive che il film è una tangente e commenta: “Dire che Melania è un’agiografia sarebbe un insulto alle agiografie. Questo è un film che si prodiga così tanto elogiare il suo soggetto che ti senti antipatriottico a non esaltarlo.” Il New Yorker invece intitola la sua recensione: “Melania è un viaggio da 40 milioni di dollari nell’abisso“.
Le stroncature più ispirate arrivano però dagli inglesi, con il Guardian che scrive: “sembra un remake dorato e trash di The Zone of Interest di Jonathan Glazer, in cui una Cenerentola inanimata indica abiti firmati, distraendoci mentre suo marito e i suoi compari si preparano a smantellare la Costituzione“. The Independent ci informa invece che “Definire “Melania” insulso significherebbe fare un torto alle nuvole di fumo di sigaretta elettronica che aleggiano tra gli adolescenti britannici“. Su Rotten Tomatoes il film ha raggiunto il rating di 5%, ovvero due recensioni positive su 37. Ma batte un record sulla discordanza con il giudizio del pubblico, che invece registra un tasso di approvazione del 99%. I commenti positivi degli spettatori sono tutti un po’ simili, sintetizzati dal breve giudizio dell’utente Katherine W: “Molto informativo e l’amore per il nostro paese e la conservazione della storia è evidente. È stato bello anche poter vedere al cinema un film senza parolacce, nudità eccetera“.
Il film ha ricevuto una distribuzione mondiale, e da noi è stato mostrato in 73 sale, debuttando venerdì al 32esimo posto nella classifica degli incassi con 1800 euro. La critica italiana, come il pubblico, ha ignorato quasi totalmente il documentario. Ma curiosamente c’è anche un piccolo pezzo di Italia nel film, ovvero il suo direttore della fotografia Dante Spinotti, frequente collaboratore del regista Brett Ratner (oltre che di Michael Mann). Prima di Melania Ratner era effettivamente bandito da Hollywood, per le accuse di violenza sessuale emerse nel 2017, e Spinotti in una recente intervista ha voluto difendere il collega: “non è una persona aggressiva, e quindi sono stato contento di vederlo al lavoro di nuovo, perché non lavora da anni e credo sia ingiusto. Non ha senso, lo conosco bene“.



























