Earwig, di Lucile Hadžihalilović

Earwing è un horror particolare, che colpisce lo spettatore con una serie di suggestioni e immagini che non consentono un’interpretazione univoca di ciò che si sta osservando. Dal Noir in Festival

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Presentato al Toronto Film Festival, vincitore del premio della giuria all’ultimo San Sebastian film festival, Earwig è il primo film in lingua inglese di Lucile Hadžihalilović, adattamento cinematografico dell’omonima novella di Brian Catling. Un mistero angosciante, in cui la storia rifiuta una logica lineare, avanzando incrociando personaggi e linee temporali come accadrebbe in un sogno o, meglio ancora, come accadrebbe in un incubo.

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Da qualche parte, nell’Europa degli anni ’20, il cinquantenne Albert (Paul Hilton) è incaricato di badare alla piccola Mia (Romane Hemelaers). La bambina indossa impianti dentali ricavati dalla sua stessa saliva congelata, e i suoi denti sono perennemente in uno stato di decadimento. I due non si toccano mai, parlano pochissimo se non per gli ordini di Albert e vivono isolati dal mondo esterno. Regolarmente un uomo chiama per informarsi delle condizioni della ragazzina e dei suoi denti. Durante una rara passeggiata nel parco, la bambina sviene alla vista della sua immagine e cade in un laghetto, Albert la salva mentre da lontano una donna vestita di rosso e con una guancia deformata dai tagli osserva la scena.

Un horror particolare, in cui il disagio è amplificato dalla componente sonora. Un vero e proprio catalogo di suoni ASMR dell’inquietudine, che riempiono gli spazi lasciati vuoti dalle parole. Poche sono le frasi pronunciate dai personaggi in Earwig, ancora meno sono le azioni significative. Il film ha un ritmo lento, che cala lo spettatore nella quotidianità della detenzione di Mia e del suo custode, salvo poi interrompere questo flusso con dei flash di un’altra vita, o azioni esplosive e inaspettate come quella di Albert nel pub o di Mia nel parco. Diverse trame si intrecciano in una successione che richiama quella di un incubo, in cui realtà e fantasia si confondono, e confondono anche lo spettatore che non può avere nessuna lettura univoca di ciò che sta accadendo.

Chi è il misterioso straniero che viene “dall’ombra di una cattedrale”? Perché tutto sembra in qualche modo orchestrato da lui? C’è una sovrapposizione tra diversi piani temporali o è una struttura circolare? Ci si potrebbe perdere in numerosissime interpretazioni di quello che si è visto sullo schermo. Il punto di un film come Earwig non è tanto la comprensione o la decodifica corretta di quello che si sta vedendo. Hadžihalilović realizza un film surreale, in cui le immagini, e soprattutto i suoni, creano delle impressioni nello spettatore che può perdersi in congetture e chiavi di lettura.

Un film interessante e suggestivo, che sfugge ad una definizione precisa di genere, preferendo calare lo spettatore in un torpore che rende indistinguibili i piani di realtà. In concorso al Noir in Festival 2021.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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