Edge of Tomorrow – Senza domani, di Doug Liman

Perso in deliri misticheggianti new age e vagamente superomistici, il Cruise 2.0 di questo terzo millennio continua a tessere una poetica indubbiamente personale su se stesso e la propria dimensione spirituale (la Scientology di cui è fervido sostenitore). Come in Oblivion eccolo quindi alle prese di nuovo con un mondo invaso da creature aliene, dove la dimensione fisica e temporale è costantemente frantumata in un vortice interminabile di luoghi comuni pseudofilosofici su tempo, destino, identità, percezione. Questi elementi vengono fusi ovviamente in un pacchetto spettacolare che insegue un’ambizione autoriale di ascendenza nolaniana, ovvero quella del blockbuster cerebrale che tanto piace al cinema americano degli ultimi anni.

In Edge of Tomorrow i riferimenti cinematografici del resto abbondano, con il regista Doug Liman che dedica tutta la prima parte del film a una battaglia in terra di Francia che riprende a chiare lettere lo sbarco in Normandia dello Spielberg di Salvate il soldato Ryan. Anche se poi lo spunto immediato si rivela essere il capolavoro comico di Harold Ramis Ricomincio da capo, da cui questo scifi riprende l’idea principale del giorno ripetuto continuamente.
A farne le spese del reset day è il tenente Cage (Cruise) che ogni volta viene ucciso nel corso di uno scontro finale tra soldati e alieni invasori, per poi risvegliarsi il giorno precedente e ripercorrere l’esito della battaglia allo stesso modo. Ad aiutarlo a capire le motivazioni di questo assurdo ciclo temporale è la soldatessa Vrataski (Blunt), con la quale Cage inizia a studiare i possibili punti deboli del nemico.
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Come riflessione meta cinematografica sul problematico status quo di Cruise nella Hollywood contemporanea il film gioca le sue uniche carte interessanti. L’attore americano viene sottoposto a un brutale training formativo sempre ripetuto (addestramento, uccisione, risveglio) che può esser letto come faticoso processo di riabilitazione del Cruise divo ed eroe immortale. È lui del resto il vero demiurgo di un’operazione che svela presto e faticosamente il suo meccanismo. Edge of Tomorrow segue una struttura a videogame lampante, fatta di quadri e livelli di difficoltà sempre maggiori. Lo fa però senza alcun tipo di slancio emotivo o estetico, appoggiandosi più all'idea di partenza che alla sostanza delle emozioni. Liman (il cui miglior film continua a essere il divertente e low budget Swingers del 1996) gira pigramente incagliando l’operazione nei suoi ossessivi e noiosi start and go, spreca il fascino di Emily Blunt e soprattutto le potenzialità drammatiche di una love story a cui non riusciamo a credere nemmeno per un fotogramma.