Edipo Re, di Pier Paolo Pasolini

Rielaborazione della tragedia di Sofocle in cui il mito di Edipo si arricchisce di notazioni autobiografiche con particolare riferimento al ruolo dell’intellettuale-poeta nella società dei consumi.

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Questo è ciò che Sofocle mi ha ispirato: il contrasto tra la totale innocenza e l’obbligo del sapere. Non è tanto la crudeltà della vita che determina i crimini, quanto il fatto che la gente non tenta di comprendere la storia, la vita, la realtà”. Pier Paolo Pasolini

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Più che a Marx e a Freud, Edipo Re sembra rifarsi all’emblema della condizione umana della società occidentale: chiudere gli occhi e non accorgersi della verità che sfila macroscopicamente davanti. Pur narrando una materia certamente autobiografica, Pasolini sembra più interessato a interrogarsi sul ruolo dell’intellettuale incapace a parlare sia alla borghesia che al proletariato.

Nel prologo che si svolge negli anni ’20 sulle note del Dissonanzen Quartet di Mozart, il piccolo Edipo suscita le gelosie del padre che sente minacciato il rapporto privilegiato con la moglie. Poi, con un brusco stacco di montaggio siamo proiettati dentro la tragedia di Sofocle ambientata nel deserto marocchino con Edipo (Franco Citti) che non sfugge alla profezia di uccidere il padre e giacere con la madre Giocasta (Silvana Mangano). L’epilogo si svolge nella Bologna di fine anni ’60 con Edipo cieco che vaga accompagnato dal giovane Angelo (Ninetto Davoli) e che finisce per ritrovarsi nei prati della sua infanzia. Il cerchio si chiude e la vita termina dove è iniziata, con la consapevolezza di avere colto solo una piccola parte di verità.

Pasolini prende le distanze dalla rappresentazione teatrale e imposta il viaggio di Edipo attraverso pochissime parole e molte immagini, utilizzando la grammatica cinematografica per fare passare la sua sofferente visione del mondo. Il prato verde dell’incipit con la luce di chi apre per la prima volta gli occhi sul mondo, il pallore sensuale della madre Giocasta che rincorre le amiche in un gioco innocente, la lucida previsione del cieco Tiresia (Julian Beck del Living Theatre), lo spietato rigore di Creonte (Carmelo Bene) mentre attorno si moltiplicano i cadaveri degli appestati  ed Edipo che tramuta in scoppi di ira la sua incapacità a comprendere gli eventi. Più si arrovella e si dibatte, più ad Edipo continua a sfuggire qualcosa di importante, di esiziale. Non deve cercare la verità fuori di sé, provando a incastrare indizi e suggestioni, ma fare spietata autocritica e trovare il peccato originale che lo allontana dal suo essere nel mondo. Attorno la primitività di un Terzo Mondo (con accenti siciliani) che rimanda a quella purezza primordiale andata perduta con la maturità, a quella armonia con l’universo che il desiderio e l’avidità hanno dissolto.

Edipo Re diventa un punto di svolta nella filmografia pasoliniana perché vengono abbandonate definitivamente le pretese realistiche e il racconto si arricchisce di simboli, metafore, suggestioni anti-naturalistiche. Se ancora violenza e sesso vengono rappresentate con discrezione (i delitti efferati di Edipo sono tutti in controluce, il sesso incestuoso è nascosto dallo stipite del letto), da questo momento in poi Pasolini sceglierà la strada della provocazione diretta prima con il sesso nella ‘trilogia della vita’ (Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle Mille e una Notte) e poi con la violenza insostenibile di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Se Franco Citti esaspera in maniera quasi parossistica la sua recitazione urlata, Silvana Mangano lavora in sottrazione regalando una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Il ruolo del coro è qui svolto da canti popolari rumeni, dai ritmi tribali nordafricani, dalla musica giapponese e dai canti rivoluzionari russi. È anche il primo film a colori di Pasolini con un uso sperimentale della fotografia teso a creare un effetto di trasformazione del materiale narrativo in mito. La lacerazione tra materia e spirito è irreversibile, il poeta prende atto della sua nullità e ritorna dentro il grembo materno. Non c’è più questa differenza tra vedere oltre e non vederci affatto. Il poeta, l’intellettuale, l’artista si richiude nel proprio mondo interiore quasi a difendersi dalla insensibilità e grettezza della società dei consumi in cui si è schiavi di false promesse di libertà. Il discorso mitologico diventa presa di coscienza della mutazione antropologica di una società capitalista che ha messo in moto un processo di omologazione in cui ogni identità è soffocata da catene invisibili.

Regia: Pier Paolo Pasolini
Interpreti: Franco Citti, Silvana Mangano, Alida Valli, Julian Beck, Carmelo Bene, Ninetto Davoli
Durata: 104′
Origine: Italia, 1967
Genere: drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
4 (4 voti)
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