Edward Norton, o l’imprevedibile virtù di un attore

Ho sempre pensato che l’esposizione mediatica sia molto corrosiva, non solo per la qualità della vita, ma per quello che le persone vedono sullo schermo. Per me tutto ciò è come spazzatura che divide il pubblico dal personaggio che stai creando. Non ci dovrebbe essere questo inquinamento tra di loro.¹

L’intensa carriera cinematografica di Edward Norton – quasi trenta film in meno di vent’anni – trova in questa sua affermazione una possibile chiave di lettura, declinabile sotto diversi aspetti. La sua riservatezza rispetto alla roboante macchina hollywoodiana gli ha permesso infatti di maturare un interessante percorso che alterna produzioni indipendenti e prodotti commerciali e di infondere una credibilità tale nei suoi personaggi che, anche se spesso risultano mistificatori, non tradiscono mai la fiducia dello spettatore.

A differenza di molti attori che scoprono il proprio talento da bambini, Norton non aveva una particolare ambizione artistica. Nel 1991, a ventun anni, dopo essersi laureato in storia alla Yale University si trasferisce a Osaka dove lavora per la società del nonno, la Enterprise Foundation. È solo nel 1994, di ritorno a New York, che si dedica in modo costante al teatro, recitando in una serie di rappresentazioni a basso costo che gli fanno guadagnare un posto nella Signature Theatre Company. Nel frattempo viene qprimal_fearuasi scritturato per un film con Robert Redford e Michelle Pfeiffer, Qualcosa di personale. Quest’occasione mancata gli apre le porte per il suo debutto accanto a Richard Gere nel thriller processuale Schegge di paura.

Qui interpreta un ragazzo accusato di aver ucciso brutalmente un arcivescovo. Il corpo minuto, il volto acqua e sapone e il difetto di pronuncia – aggiunto da Norton durante l’audizione – rendono il suo personaggio dannatamente spontaneo (la sceneggiatura iniziale prevedeva una possessione demoniaca): non si dubita un secondo della sua innocenza né del suo disturbo mentale; soltanto alla fine scopriamo la maschera e non possiamo far altro che sorridere insieme a lui. La performance, autentica pur nel suo inganno, gli vale la prima nomination agli Oscar.

Mentre è ancora impegnato nelle riprese, viene scelto da Woody Allen per la divertente commedia musicale Tutti dicono I love you; Miloš Forman lo vuole invece nel dramma biografico Larry Flynt – Oltre lo scandalo, al fianco del futuro true detective Woody Harrelson.

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Il primo ruolo da protagonista arriamerican_history_xva nel 1998 nel film American History X. Norton, che non è pienamente convinto di essere adatto alla parte, dopo un paio di test con il regista Tony Kaye pensa che possa funzionare. La trasformazione fisica è impressionante: il naziskin Derek Vinyard prende forma sotto il bianco e nero della fotografia che ne accentua i tratti più violenti. La sua presa di coscienza, descritta attraverso una serie di flashback, fa emergere l’umanità del personaggio che nel tragico epilogo sarà costretto ad affrontare le conseguenze delle sue scelte passate.

Nonostante Norton riceva la seconda nomination come miglior attore, la vera consacrazione giunge un anno più tardi nel cult di David Fincher Fight Club. Ancora una volta siamo di fronte a un personaggio complesso, un Dr. Jekyll e Mr. Hyde senza nome che colma la sua triste esistenza bevendo caffè di Starbucks e arredando la casa con tavolini dell’Ikea a forma di yin-yang. Norton fa di quest’uomo qualunque l’incarnazione ideale di una generazione divorata dal consumismo e da una pubblicità manipolatrice. La sua evoluzione in senso spirituale passa attraverso molteplici e fittizie identità, non ultima quella del suo alter-ego Tyler Durden, interpretato da Brad Pitt. La performance dei due attori è fisicamente ed emotivamente viscerale: Fight Club (1999)Edward Norton and Brad Pitt(Screengrab)in una scena Norton arriva addirittura a picchiarsi da solo provocandosi gravi ferite. La sua instabilità raggiunge il culmine nel confronto risolutivo con Pitt, un gioco mentale di morte e rinascita che termina sulle note romantiche dei Pixies.

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Da Fight Club alla commedia Keeping the Faith, che segna il debutto di Norton alla regia, il passaggio è sostanziale. L’idea nasce dallo sceneggiatore ebraico Stuart Blumberg, amico di Edward dai tempi dell’università, che gli propone di dirigere il film (i due figurano anche come produttori). La storia, ispirata alle screwball comedies degli anni ’30-40 (uno dei modelli è Scandalo a Filadelfia), ruota intorno a un triangolo amoroso tra un prete cattolico, un rabbino e la loro amica d’infanzia. Norton interpreta il biondo e ingenuo padre Brian, combattuto tra la sua fede e un sentimento carnale. La scena è comunque quasi interamente occupata da un esuberante Ben Stiller, appena uscito dal successo di Tutti pazzi per Mary, e da Jenna Elfman, allora protagonista della fortunata serie televisiva Dharma & Greg.

Nel 2001, abbandonato il garbato umorismo, l’attore recita la parte del ladro truffaldino nel mediocre The Score, in compagnia però di due generazioni di cinema: Marlon Brando e Robert De Niro. L’anno seguente entra nel costume del paffuto rinoceronte rosa Smoochy, diretto da Danny DeVito; viene poi coinvolto nella suggestiva 25ª ora, a cui partecipa anche Philip Seymour Hoffman (che aveva conosciuto sul set di Red Dragon con Anthony Hopkins).

Spike Lee colora il film con la sua cifra cruda e visionaria e Norton caratterizza in modo sublime il personaggio di Monty Brogan, uno spacciatore di origini irlandesi che 25_oratrascorre l’ultimo giorno di libertà con i suoi amici e la sua ragazza, prima di andare in carcere. Il risultato di questa collaborazione è visibile in due sequenze memorabili: il monologo di Monty davanti allo specchio, un “fuck” reiterato contro tutti gli abitanti di New York – etnie, classi sociali, familiari e, infine, sé stesso – l’unico vero responsabile delle sue azioni; lo struggente viaggio immaginario verso una nuova vita, metafora di una parabola (a)temporale di redenzione che scava tra le macerie di un sogno americano infranto.

Dopo l’intensa performance spogliata di qualsiasi artificio estetico nelle Crociate di Ridley Scott – Norton ha il volto sfigurato celato da una maschera – si misura con tre ruoli impegnativi che minano le percezioni alterandole: in Down in the Valley è un giovane con fantasie da cowboy che intreccia una relazione pericolosa con un’adolescente (Evan Rachel Wood); nel Velo dipinto di John Curran, remake dell’omonimo film con Greta Garbo, indossa il camice di un medico che, tradito dalla moglie (Naomi Watts), dovrà squarciare “quel fragile tessuto di illusioni che scherma le verità della vita”; nell’Illusionista diventa un mago di fine ‘800 che architetta una grandiosa messa in scena per salvare la donna amata (Jessica Biel) disorientando il pubblico fuori e dentro lo schermo.

Nel 2007 Norton viene contattato dalla Marvel per interpretare L’incredibile Hulk. A seguito di varie trattative, passa hulkal lato oscuro della forza quando gli Studios accettano la sua offerta di riscrivere in parte la sceneggiatura (le aggiunte al copione miravano a dare una profondità maggiore al personaggio). Purtroppo la promessa di avere un controllo creativo sul film non è mantenuta: in fase di post-produzione vengono effettuati tagli alla pellicola per renderla appetibile a livello commerciale. L’operazione di rinascita del gigante verde (il precedente è l’Hulk di Ang Lee) si conferma un successo al botteghino, grazie anche alla buona performance dell’attore sospesa sul confine tra razionale e irrazionale. La mancata ripresa del ruolo di Vendicatore – che sarà affidato a Mark Ruffalo – gli consente di lavorare a progetti più stimolanti.

A cominciare dalla black comedy Leaves of Grass che lo vede sdoppiarsi nuovamente, questa volta in un rispettabile professore di filosofia e nel suo gemello un po’ strambo che coltiva marijuana idroponica. L’opposizione caratteriale non è leaves_of_grassperò netta: il regista Tim Blake Nelson (lo scienziato che tenta di curare Banner/Hulk) e Norton hanno lavorato in sinergia per portare sullo schermo due personalità distinte, e in fondo somiglianti, che interagiscono come se fossero realmente presenti nello stesso momento.

In Stone di Curran l’attore raccoglie l’ennesima sfida interpretando un detenuto piromane che, attraverso una strategia perversa, prova a convincere l’anziano supervisore legale, De Niro, del proprio pentimento. Si tratta della sua performance più affascinante in termini di ambiguità: un duello morale e spirituale che instilla dubbi fino a sovvertire (apparentemente?) le dinamiche.

La plasticità di Norton sembra non conoscere limiti. Nel 2012 viene accolto nell’eccentrica famiglia di Wes Anderson, regista che apprezza sin dai tempi di Bottle Rocket e che gli dà l’opportunità di spaziare in ruoli meno comuni: l’ansioso e zelante capo scout di Moonrise Kingdom e l’onesto capitano di polizia del Grand Budapest Hotel. E come nimage-368ec90f-a633-4f38-b2a0-1b64e9717773on ricordare The Midnight Coterie of Sinister Intruders, lo spassoso trailer-parodia del Saturday Night Live in cui Norton imita Owen Wilson vestito da Anderson? Impagabile.

E infine il ritorno agli esordi, a quel palco da cui ogni cosa ha avuto origine. In Birdman di Alejandro González Iñárritu Norton è Mike Shiner, arrogante attore di Broadway che aiuta Riggan Thomson (Michael Keaton) a scrollarsi di dosso le ali di un ingombrante passato da star hollywoodiana. Il dialogo tra i due sul prestigio e la popolarità – “Be’, scusa se sono popolare, Mike! Sai…”; “Popolare?! E chi se ne frega! Popolare?! La popolarità è la cuginetta zoccola del prestigio, amico mio” – rispecchia l’attitudine di Norton nei confronti del cinema: il suo rigore professionale, il temperamento riflessivo che rivela una sicurezza mai pretenziosa, e quell’integrità artistica che costituisce, soprattutto oggi, una virtù rara (e imprevedibile).

 

¹ E. Norton, It’s about balance, The Talks, 2012.