Efebo d’oro 2019 – Once Upon a River, di Haroula Rose

L’opera prima della regista statunitense Haroula Rose è l’adattamento del romanzo Once Upon a River di Bonnie Jo Campbell che narra il percorso di formazione della quindicenne Margo Crane (Kenadi DelaCerna) in fuga per una faida familiare lungo il fiume Stark nel Michigan, alla ricerca della propria madre e delle proprie radici identitarie. Siamo nel 1978: di origine indiana, donna, braccata dalla polizia e incinta, Margo parte svantaggiata in una società maschilista che imbraccia troppo facilmente delle armi da fuoco e altrettanto facilmente emargina le minoranze etniche.

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Haroula Rose è chiaramente influenzata dal Terrence Malick de I Giorni del Cielo (il film del 1978 racconta una simile fuga da Chicago nel Midwest) sia nello sguardo dentro la Natura (tutta la prima parte immersa nella vegetazione delle acque del fiume) sia nel rapporto con le figure genitoriali (il padre iperprotettivo, la madre assente fuggita via per rifarsi una vita). Margo è di poche parole, ha due occhi grandi e curiosi, sa sparare meglio dei cugini e viene sedotta dallo zio orco: quando scoppia la inevitabile tragedia shakespeariana Margo prende il fucile e inizia una odissea che ha come primo obiettivo la sopravvivenza e successivamente la definitiva rimozione del super io genitoriale.

Influenzato dalla letteratura inglese (Cime Tempestose di Emily Bronte) e americana (La avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain), e condotto al ritmo di una ballata country (la regista è anche una apprezzata cantautrice e ha partecipato alla colonna sonora di Still Alice e della prima stagione di American Horror Story), Once Upon a River fa scorrere lungo le acque del fiume diversi temi intrecciandoli: la tragedia dei nativi americani si riflette nel destino di una giovane che, avendo perso il centro delle proprie radici esistenziali, cerca un tempo e un luogo dove ritornare a scorrere. Paradigmatico è l’incontro con il vecchio enfisematoso Smoke (interpretato magistralmente da John Ashton) che ripropone una figura paterna disposta all’accoglienza e che insegna a Margo la possibilità di vivere liberi al di fuori delle convenzioni. Smoke assomiglia a un Wyatt Captain America invecchiato che ha smesso di cavalcare il suo chopper ma continua testardamente a vivere secondo i principi anticonvenzionali della Controcultura americana.

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Haroula Rose utilizza la fotografia di Charlotte Hornsby (uno dei modelli è il Romeo e Giulietta di Zeffirelli) in maniera da porre in contrasto la bellezza incontaminata della Natura con la grettezza di certi comportamenti umani razzisti e violenti. Anche se nella seconda parte il film ha qualche cedimento narrativo concentrando troppi eventi in una singola unità di tempo, Haroula Rose fa coincidere il climax con l’incontro tra Margo e la madre Luanne (Lindsay Pulsipher) rivelando l’anaffettività e l’egoismo di una figura genitoriale psicologicamente devastante. Da quel momento in poi, pur nel dolore del lutto e della perdita, Margo riesce a rimettere in sesto le proprie terre e può lasciarsi trasportare placidamente dal corso del fiume.
In gara a Palermo per l’Efebo d’Oro, Once Upon a River è una ballata folk-country che rivela il dramma nascosto di una giovane amazzone alle prese con i maschilismi e razzismi dell’America di fine anni anni 70. Margo compie un percorso catartico che la porta alla accettazione di sé e degli altri rivendicando il suo diritto ad amare ed essere amata. Dal naturalismo al mondo diventato favola. C’era una volta. Ci sarà sempre.

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