Effetti collaterali, di Steven Soderbergh

Effetti collaterali è probabilmente il film definitivo dell’ultimo Soderbergh: unisce in sè Contagion e The Gilfriend Experience fingendo di essere ancora Traffic o Erin Brokovich. Per farlo, si affida a un corpo gia’ pesantemente contagiato all’interno della fulminante parabola compiuta in una manciata di film, quella Rooney Mara su cui lo scaltrissimo cineasta lavora di incessante scavo sulla superficie come gia’ fatto ultimamente con Sasha Grey o Gina Carano. Tutt’intorno, un’ennesima storia di corale e depravata contemporaneita’, con un gusto divertito per la perversione che ovviamente fa scattare in automatico il collegamento con Brian De Palma (indubbio, basti guardare alla sequenza della colluttazione tra Rooney e il sempre clamoroso Channing Tatum).

Diventa allora progressivamente piu’ chiaro come sia la figura, ogni volta piu’ intollerabile all’interno del sistema-Soderbergh, di Jude Law quella che paradossalmente ne rappresenta al meglio le caratteristiche (avendo cosi’ una buona volta sostituito, ci sembra del tutto, il sorrisetto sornione di George Clooney in questa funzione): un virus che si insinua tra le righe (le righe di cosa? non e’ certo piu’ il caso di invocare una scrittura… e’ anzi quasi il momento di iniziare a ragionare di antialfabetizzazione blockbuster) e non cede fino a quando non avra’ vinto la partita, e trasformato tutti gli altri (attori, spettatori…critici cinematografici!) in zombie con le orbite vuote sotto torazina.


Per Soderbergh l’effetto collaterale e’, diventa ormai anche banale ripeterlo, il cinema stesso, controindicazione di un metodo curativo dell’immagine che segue come traiettoria unica quella che alla fine si rivela puntualmente come la piantina degli androni di un manicomio (com’era anche la Tampa di Magic Mike), una societa’ di scarti industriali, alimentari, umani da mettere in circolo incessantemente per poi sostituirli vertiginosamente e senza raccolta differenziata.

rooney mara e channing tatum in Effetti collateraliQuello che lo rende un cineasta ad oggi irrunciabile e centrale è proprio allora la sua accessorieta’, il suo rivelarsi superfluo come i mille brunch di lavoro incravattati in locale raffinato che puntellano la prima incredibile sezione di Effetti collaterali, a cui Soderbergh sostituisce poi la sua concezione di un percorso di psicanalisi, ovvero una seduta a meta’ tra l’intervista del giornalista a Sasha in The Girlfriend Experience, e una sequenza di lotta di Knockout; ma sono solo due delle possibili esponenziali versioni del film, che ha tempo poi di trasformarsi in una specie di court drama imploso e spiraliforme con gli psicologi al posto degli avvocati, e di chiudersi (aprirsi?) infine (?) a tracce di melodramma lesbo.
Ma chi se ne frega della fine, diremmo quasi della scadenza del farmaco, se continua a darci alla testa, magari anche a farci vomitare, se protrae artificialmente la parasomnia del nostro Secolo. Steven Soderbergh sembra aver fatto suo, cinicamente ma con pazzesca, crudelissima lucidita’ il celebre motto DuPont, citato nel film – non a caso – proprio da Jude Law: better living through chemistry. Che e’ poi, ma non fateglielo sapere, la maniera in cui continua a campare il cinema ancora oggi, nonostante tutto.

Titolo originale: Side Effects

Regia: Steven Soderbergh
Interpreti: Rooney Mara, Channing Tatum, Jude Law, Catherine Zeta-Jones, Vinessa Shaw, David Costabile, Polly Draper, Laila Robins, Ashlie Atkinson
Origine: USA, 2013
Distribuzione: M2 Pictures
Durata: 101′

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    aiuto! in questa recensione non ho capito una sola parola! qualcuno può aiutarmi?

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    Ciao comunarda!non posso aiutarti ma condivido l'incomprensione!l'articolo "correlato" sull'interpretazione di ronney mara è ancora piú oscuro!!!a me il film,con parole povere,è piaciuto..e di solito mi piacciono molto le analisi critiche di sergio sozzo!!mah!!

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    "Diventa allora progressivamente piu’ chiaro come sia la figura, ogni volta piu’ intollerabile all’interno del sistema-Soderbergh, di Jude Law quella che paradossalmente ne rappresenta al meglio le caratteristiche (avendo cosi’ una buona volta sostituito, ci sembra del tutto, il sorrisetto sornione di George Clooney in questa funzione): un virus che si insinua tra le righe (le righe di cosa? non e’ certo piu’ il caso di invocare una scrittura… e’ anzi quasi il momento di iniziare a ragionare di antialfabetizzazione blockbuster) e non cede fino a quando non avra’ vinto la partita, e trasformato tutti gli altri (attori, spettatori…critici cinematografici!) in zombie con le orbite vuote sotto torazina. " Le parentetiche dei ghezziani sono più incomprensibili di quelle di ghezzi… qualcuno aiuti comunarda!!!

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    i critici alla Sozzo di solito si sentono grandi non facendo capire niente al lettore…

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    È sempre così gli allievi non seguono i maestri: e le letture gradevoli e chiare di Salvi e Chiacchiari sono ormai confinate nei blog. Che fine ha fatto la vecchia e cara Sentieri selvaggi?

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    Non sono d'accordo con il tono e il contenuto dei commenti. Che la scrittura del Sozzo non sia facile lo si capisce subito, ma che sia complessa per qualche forma di vanità é da dimostrare. Dovremmo intenderci su cosa intendiamo per scrittura semplice e per recensione. Se ci aspettiamo le solite critiche piene di aggettivi, forse i commentatori hanno sbagliato rivista. Da quando leggo Sentieri selvaggi ho scoperto che la lettura di un film può essere complessa, aritmica, a volte persino irritante, ma sempre stimolante. Ne più ne meno di quanto può esserlo un film. Mi domando se i commentatori hanno visto il film di Soderbergh, che mi pare proprio si nutra di questa complessità di cui la scrittura del recensore é piena. Cari selvaggi non fatevi addomesticare!

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    Uno sforzo cognitivo quando si legge bisogna pur farlo, fa parte del piacere, altrimenti si può cambiare rivista.

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    Bhè,almeno è inziato un dibattito che di solito manca alle analisi critiche,certo sempre stimolanti,di sentieri selvaggi.io ribadisco che considero le letture di sozzo sempre intriganti ma in merito al film in questione,nonostante gli sforzi cognitivi proposti,non riesco a capire.aiutando comunarda aiutereste anche me.grazie e buone prossime visioni!!!

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    il problema, con la critica, credo, non è tanto la supposta oscurità (una supposta che volenti o nolenti si deve prendere: unico rinvio a un'imprendibilità di base delle immagini) quanto il fatto molto evidente che (per es.) su Soderbergh da almeno quindici anni si dicono più o meno le stesse cose, ma dico soderbergh e potrei dire altri, tutti. non so nemmeno se è un problema, è più una constatazione: so già che il tal critico apprezzerà il tal film del tal regista per quei tali motivi che so, che sorvolerà su altri film per altri e stessi motivi–ecco, credo sia questo il punto, ma alla fine è un punto da cui non si esce, a meno che non si cerchi di metter in forse, con un percorso contrario, le proprie stesse passioni critiche ecc. (sono p.es. curioso del 'nove' (solo nove non dieci) affibbiato da ghezzi all'ultimo bertolucci, sul tabellone di film tv. quel voto in meno lo sento da mesi.. forse una leggerissima delusione x un film appena prevedibile, anche come mossa? …

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    evviva @vov, il critico-commentatore palindromo. L'unico commentatore più incomprensibile delle recensioni di Sozzo 🙂

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    cari signori, già anneghiamo tutti i giorni in una "semplicità" che non ha nulla di semplice (banalità – volgarità – superficialità – farsa – omologazione) e che ci sta uccidendo. Ben venga la complessità.

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    È la semplicità che è difficile a farsi.

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    Brechtiano: a scanso di equivoci avevo appunto messo semplicità tra virgolette, ma vedo che vengono con semplicità ignorate. Se per semplicità si intende banalità, qualunquismo e assenza di pensiero (e mi pare di imbattermi in queste cose tutti i giorni), viva la complessità. Meglio, o devo fare un'illustrazione a tempera?

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    (il commento precedente è il mio, avendo le mani impegnate a disegnare diagrammi ad acquerello, ho scordato di firmarmi)

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    Che qualcuno su SS ( e non solo qui) sia troppo innamorato dei paroloni è vizio antico e già denunciato diverse volte. L'idea che l'antidoto alla banalità di nostri tempi sia il solipsismo acuto di chi ama non farsi capire dal volgo mi pare tesi più che discutibile. La recensione è un "genere" particolare, a metà tra il giornalismo e il letterario, deve saper "formare" ma anche "informare". E spesso la seconda latita in Sozzo. Poi chi si contenta gode…

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    @giulio, purtroppo la banalità dei tempi non si riscontra nel cosiddetto volgo ma soprattutto nel chi si ritiene fuori dal volgo e proprio tra costoro nascono le recensioni "didattiche" che trattano lo spettatore come un deficiente al quale si devono fornire tutti gli elementi altrimenti non capisce. (La stessa cosa vale per il cinema). Seguire una suggestione, perdersi in una suggestione non significa non voler farsi capire.