Eighty Plus, di Želimir Žilnik
Vincitore del 50° Laceno d’Oro, il cineasta serbo imbastisce un’opera che è una riuscita rappresentazione del potere della memoria come forza di resistenza contro ogni forma di prevaricazione
Si stava meglio quando si stava peggio? La sensazione è che, dal dopoguerra ad oggi, si succedono i governi di diverso colore ma i problemi della povera gente rimangono sempre gli stessi. Želimir Žilnik, classe 1942, tra i principali esponenti dell’Onda Nera che negli anni 60-70 contestava apertamente i totalitarismi della ex Jugoslavia, ammorbidisce i toni e riflette sulla Storia della Serbia partendo dalle vicende di un singolo individuo. Stevan Arsin è un musicista jazz ultra ottuagenario (interpretato con una naturalezza impressionante dall’ottantanovenne Milan Kovacevic, vero artista di Jazz/Soul e componente del complesso Montenegro Five) che ritorna dalla Germania in Serbia (passando per Vienna), nella provincia settentrionale della Vojvodina, perché il governo ha deciso di restituirgli casa e terreni sequestrati dai nazisti durante la II Guerra Mondiale. Il suo incontro con i familiari (ex moglie, figlia e nipoti), con la burocrazia serba, con gli ex compagni del complesso musicale e con la vecchia fan Mirjana (Mirjana Gardinovacki) lo portano a una serena riflessione sul tempo passato e lo stimolano ad uno sguardo verso possibilità future.
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Žilnik inquadra il suo Stevan con particolare affetto ed empatia: esemplare è la scena del ritorno nella casa dell’infanzia, il suo sguardo malinconico alle pareti ammuffite, il preoccuparsi per lo stato del tetto, il viso che esplora i frutteti intorno alla dimora. Poi si affaccia al parapetto del balcone e fuma una sigaretta: l’inquadratura tra le due persiane lo fotografa come un uomo fuori dallo spazio e dal tempo, un forza del passato che rifiuta il presente borghese capitalistico. Mentre gli avvoltoi familiari svolazzano intorno alla sua eredità, Stevan con una caparbietà placida ma incrollabile prosegue il suo percorso di ricostruzione dalle macerie. Guarda il Danubio e odia i rifiuti edili che ne deturpano lo specchio d’acqua. Il sogno di trasformare il suo castello (con origini nobiliari tedesche datate 1903) in un campus/residenza per anziani musicisti si materializza per un momento nella scena in cui suona con i suoi ex compagni della banda musicale. La jam session sembra essere quella di Buena Vista Social Club di Wim Wenders, con la Serbia a posto di Cuba. Ma non è tutto oro quello che luccica: attraverso Nina, la figlia di un amico austriaco, che sta completando un dottorando di ricerca sulla condizione femminile nei paesi del post comunismo, Stevan viene a conoscenza dei soprusi e degli abusi sulle maestranze che lavoravano nella sua tenuta. A ciò si aggiungono i problemi della nipote che viene sfrattata senza pietà (e con tre figli piccoli) dai padroni della new economy serba.
Anche la figura dell’avvocato rivela le difficoltà diplomatiche della Serbia con la Germania post Merkel e rappresenta uno dei tanti momenti di ilarità dell’opera, che tende a stemperare qualsiasi momento drammatico con la leggerezza dell’ironia ( la zia che pretende 10000 euro di eredità). Zelimir Zilnik gira in maniera semi-documentaristica registrando azioni e reazioni dei diversi personaggi: molti sono attori non professionisti come il protagonista. Il momento più intenso del film è l’incontro di Stevan con la vecchia cantante Mirjana, adesso trasformatasi in attrice teatrale: si ricordano i bei tempi, le canzoni e anche la trasformazione antropologica del pubblico, oggi formato da neoricchi arroganti e irrispettosi. I due si ritrovano in una cena domestica con un tiramisù simbolico: lei canta una canzone sulle prevertiane foglie morte autunnali, lui intona al piano As Time Goes By facendo il verso di Sam nel film Casablanca. Si può ancora ricominciare, anche dopo ottant’anni. Presentato all’ultima Berlinale del 2025, fresco vincitore del Laceno D’Oro, Eighty Plus è una riuscita rappresentazione del potere della memoria come forza di resistenza contro ogni forma di prevaricazione. Stevan risponde colpo su colpo a tutti, anche ai neo boss delle terre sfruttate senza il suo consenso, anche all’ex moglie che gli rimprovera la fuga in Germania e l’abbandono del tetto coniugale. Lui non si ferma mai, duro come una roccia, determinato nella sua ideologia di musicista/artista. È già su una mongolfiera per una nuova luna di miele, con il sorriso beffardo di un uomo in pace col mondo.
Suonala ancora Stevan!
























