"Eldorado Road", di Bouli Lanners

eldorado roadUn fatto vero: una sera, rientrando a casa sua, Lanners trova due ladri, probabilmente non professionisti, nascosti sotto il suo letto. Sono spaventati all’idea di uscire da lì e passa l’intera notte a parlare con loro.

Questo surreale aneddoto autobiografico è lo spunto che il regista usa per costruire il suo Eldorado. L’incontro tra Yvan e il dolcissimo, indifeso ladro improvvisato Eli è l’inizio di un viaggio improvviso e non programmato.  Eldorado è il nome di un tipo di Cadillac, quella di Yvan, che di mestiere fa il rivenditore d’ auto d’ epoca americane. E’ una macchina del 1979, ha gli stessi anni di Eli, tossicodipendente  poco convinto, che  mostra molto meno dei suoi quasi trent’ anni.

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Eldorado Road, questo il titolo italiano (ma c’ era veramente bisogno di aggiungere la parola “road”?) è un film breve e intenso come le strade e i luoghi che attraversa. L’ Eldorado di Lanners non è nel cuore della Foresta Amazzonica o in altri  rigogliosi spazi d’ America.

E’, o almeno potrebbe essere, il miraggio alla fine di lunghissime, piatte strade di provincia, nel mezzo imprecisato di un Paese che lo sguardo di Lanners ci ricorda essere ventoso e immobile, spietato nei suoi toni metallici e quasi commovente nel suo vuoto. Yvan non fa mai l’autostrada. Procede per campi immensi, luoghi onirici, stazioni di benzina circondate dal nulla, esterni di hopperiana desolazione ed interni popolati da pochissimi, strambi rimasugli umani. Apparizioni di lynchiana memoria come l’ Alain Delon nudo al parcheggio di camper, o il delirante collezionista di macchine. Luoghi marginali ma lontani dalle periferie disperate, dalle città spietate dove normalmente sarebbero collocati dei losers.

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Il cinema di Lanners è un cinema di sguardi allungati su paesaggi pervasi da una buffa follia sotterranea. Il surreale serpeggia sin dalla prima scena, dall’ incontro tra i due. Yvan, Bouli Lanners, basso e grosso, Eli, Fabrice Adda, altissimo e fragile come un preadolescente. Il contrasto comico tra i due è la chiave di una serie di dialoghi che rivelano la profonda, malcelata ingenuità di entrambi e che li rendono tragicamente ironici nella loro inconsapevole idiozia.

Lanners racconta con delicata ironia un incontro destinato a finire in una perdita, che forse era già tale dall’inizio.

Racconta un Paese dall’identità incerta e dai colori irremovibili, popolato da uomini alienati e spauriti e da donne che rimangono fuori campo, o sullo sfondo, lontane come pezzi di paesaggio.  Racconta la solitudine e la desolazione della perdita, del rimorso. Racconta di padri che non vogliono più vedere i propri figli e di madri disperate, rassegnate a rimanere dietro il vetro di una finestra. Racconta di figli e di fratelli. Di legami e di affetti persi per sempre.

Lo fa con pochissime parole. Vero omaggio all’ estetica del road movie, Eldorado Road si racconta da solo, con le immagini e con la musica, che dialoga con i personaggi come se fosse una di loro. E’ commovente proprio nel suo estremo tentativo di non esserlo, nelle poche parole e nelle figure eccentriche dei due protagonisti, anti-eroi infantili e di disarmante dolcezza.

Il viaggio come tentativo fallito di colmare una mancanza, di trovare quello che è sempre da qualche altra parte, lo sguardo europeo consapevole eppure nostalgico di un sogno cinematografico lontano. Con Nel corso del tempo, Falso movimento e Alice nelle città  Wenders aveva raccontato la delusione e insieme il fascino di quel sogno. Ma questa non è l’America. Non c’ è nessuna Route 66. La Vallonia è piccola, piccolissima. E il viaggio finisce subito.

Resta la sensazione di un piccolo capolavoro di modestia. Un film che dice tutto senza quasi parlare.

Puro come il sogno di un posto che non c’è e come lo sguardo inspiegabile di Fabrice Adda.

 

Titolo originale: Eldorado

Regia: Bouli Lanners

Interpreti: Bouli Lanners, Fabrice Adde, Philippe Nahon, Didier Toupy

Distribuzione: Archibald Enterprise

Durata: 85’

Origine: Belgio/ Francia, 2008