Elvis, di Baz Luhrmann

Strabordante, incontrollato fiammante. Un cinema che pensa in grande dove il film si mangia Elvis oppure Elvis si mangia il film. Corpo, supereroe, divinità. Una bomba. Fuori concorso.

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“Senza di me Elvis non sarebbe mai esistito”. La voce-off del colonnello Parker di Tom Hanks ricrea la sua immagine del celebre cantante statunitense. Può essere la visione dominante, ma invece è una delle tante che s’incrocia con il nuovo strabordante, incontrollato, fiammante nuovo film di Baz Luhrmann realizzato a nove anni da Il grande Gatsby. È il film della vita del cineasta australiano? Forse no, ma è un cinema che pensa in grande. Non si ferma al biopic. Racchiude vita e mito e immaginario su quello che molti critici musicali hanno definito il ‘più grande uomo di spettacolo del 20° secolo” morto a 42 anni il 16 agosto 1977. Elvis è corpo e supereroe, come nel racconto della sua infanzia con le pagine di un fumetto. Il rapporto tra lui e il colonnello Parker attraversa circa 20 anni. Ascesa, caduta, risalita, morte. Il concerto della resurrezione, mentre canta Suspicious Mind, sfonda lo schermo. Oppure sembra di essere lì, in quel concerto, dove nell’ipnosi del cinema di Luhrmann si incrociano il vero Elvis, in tutti i frammenti documentari, e l’attore che lo interpreta Austin Butler, conosciuto fino ad ora soprattutto per le serie tv The Carrie Diaries e Shannara.

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La musica s’impossessa del corpo di Elvis. Lì sul palco, con il suo inconfondibile modo di muoversi, di sprigionare erotismo, di mettersi al centro ogni volta del ‘più grande spettacolo del mondo’. Una danza impazzita come quella strepitosa di Moulin rouge! dove il cantante, come Ewan McGregor e Nicole Kidman, vola sopra i décor. In quel film c’era Parigi di fine ‘800, qui vent’anni di storia circa degli Stati Uniti, ma non solo. Elvis è l’illusione di una magia di Méliès ma anche il corpo di Forrest Gump che corre nel tempo con la sua musica. Ci sono le origini, il quartiere nero dove è cresciuto, il rapporto con il padre e la madre e la moglie Priscilla. Poi il palco, le mutazioni nel corpo horror del rock tanto che era stata fatta una petizione per vietare la sua presenza in tv.

 

 

Le luci, l’acqua delle fontane, il volto di Elvis che gira dentro una roulette come se fosse un 45 giri. Luhrmann si sbarazza di cinema e tv precedente anche se Elvis andrebbe rivisto con il gran film tv di Carpenter, Elvis, il re del rock del 1979. Lo mostra non solo come se fosse ancora vivo, ma appena con qualche segno del tempo che passa tra gli anni ’50 e i ’70. Forever Young. Solo il cineasta australiano poteva farlo esplodere in un cinema che ha la musica nel sangue dove Elvis è la metamorfosi cinematografica (definitiva?) del campione di ballo Scott Hasting di Ballroom. Gara di ballo. In dissolvenza c’è la storia degli Stati Uniti dei due decenni con gli omicidi di Martin Luther King, Bob Kennedy e Sharon Tate che diventano poi allucinazioni soggettive, in un cinema che si scompone di continuo, che usa split-screen e divide lo schermo in tre parti, perché questo film potrebbe essere ancora troppo piccolo per mostrare una figura gigantesca. Luhrmann si butta nel vuoto e per lui l’unico modo per raccontare Elvis è quello con cui Orson Welles si è doppiato in Charles Foster Kane in Quarto potere. Gli oggetti fanno da filtro, sono prismi. La leggenda, come in Romeo + Giulietta di William Shakespeare, torna per un attimo un carne ed ossa o come in un sogno ma poi si trasforma ancora, in quei colori accesissimi, dove la vita, il set, lo spettacolo sono la stessa cosa, come nell’immagine offerta da Elvis e il padre dopo la morte della madre.

Non c’è equilibrio. Ma chi se ne importa. Anzi è proprio nello squilibrio l’enorme bellezza del film. L’imponenza, l’esplosione di Elvis è proprio qui. Il film si mangia Elvis. Elvis si mangia il film. Luhrmann lo mostra come se fosse già un mito, con il pubblico femminile che lo adora come una divinità che torna sulla terra nel tempo del film, circa 150 minuti, per mostrarsi come nella sua tenuta di Graceland o in un museo (vero, immaginario) su di lui nel mondo. Solo James Mangold con Quando l’amore brucia l’anima. Walk the Line era arrivato a tanto così da resuscitare Johnny Cash. Il suo bellissimo film ha un impianto più tradizionale. Nel cinema di Luhrmann di classico non c’è più nulla perché non c’è mai stato nulla. L’inquadratura superflua e necessaria sono la stessa cosa. Vita, morte, resurrezione di un cinema che si riflette su Elvis. L’unico film possibile su di lui. Immenso come lui.

 

Titolo originale: id.
Regia: Baz Luhrmann
Interpreti: Austin Butler, Tom Hanks, Olivia DeJonge, Helen Thomson, Richard Roxburgh, Luke Bracey, Natasha Bassett, David Wenham, Kelvin Harrison jr., Xavier Samuel, Kodi Smit-McPhee
Distribuzione: Warner Bros. Pictures
Durata: 159′
Origine: Australia, USA 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
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Il voto dei lettori
3.64 (22 voti)
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