Empire of Light, di Sam Mendes

Si è davanti a un film di testa che viene spacciato per uno fatto solo col cuore con Olivia Colman talmente brava che si prende tutto e lascia agli altri personaggi e alla storia solo i resti

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La polvere che passa attraverso la luce e va verso lo schermo. I rumori nella cabina di proiezione con le foto delle star attaccate sulle pareti. Sam Mendes fa un viaggio nostalgico nel proprio passato prima di tutto attraverso la fisicità della sala. La pulizia dopo la proiezione, il bancone dei popcorn e delle bibite, le vetrate d’ingresso, i biglietti staccati agli spettatori. Sono tutti suoni di un passato che riprendono forma, quelli della memoria di un rito che si ripeteva ogni giorno. Una scritta cattura l’attenzione: “Trova la luce nell’oscurità”. Il cinema è un corpo vivo proprio come Nitrato d’argento di Ferreri. La vita che scorre nei film è parallela a quella che c’è nell’atrio e nella sala tutti i giorni.

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Ambientato tra il 1980 e il 1981 in una cittadina costiera inglese, Empire of Light segue le vicissitudini di Hilary, una dipendente del cinema che ha rapporti sessuali occasionali con il direttore. La donna soffre anche di disturbi mentali e ogni tanto deve essere ricoverata. Un giorno arriva un nuovo dipendente, Stephen. Per lui è un impiego occasionale perché sogna di andarsene via per sempre da quella realtà provinciale. Il ragazzo entra in confidenza con Hilary e diventano sempre più intimi. Ma entrambi devono fronteggiare una dura quotidianità: Stephen deve difendersi dagli attacchi razzisti, Hilary invece fare continuamente i conti con la sua salute.

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Scorre sottotraccia l’Inghilterra degli Eighties. Oltre la musica, la letteratura, il cinema, ci sono le obre inquietanti del governo Thatcher e gli skinheads che in una scena assaltano la sala. Mendes, anche sceneggiatore, si affida ancora alle luci di Roger Deakins per far risplendere le ceneri del tempo come aveva fatto con gli anni Trenta di Era mio padre e i Cinquanta di Revolutionary Road, due tra i suoi film più belli. Dietro l’impeccabile confezione (già da Oscar?) di Empire of Light si avvertono invece i precoci segni di un’improvvisa vecchiaia del suo cinema che già si erano affacciati in 1917. Mendes oltrepassa i suoni della (propria?) memoria, li ritrova sporadicamente quando entra in cabina con il personaggio del proiezionista interpretato da Toby Jones che è uno di quelli più ispirati. Il disagio maggiore è che si è davanti a un film di testa che viene spacciato per uno fatto solo col cuore. In quel caso, bisogna passare dalle parti di Spielberg e del suo stratosferico The Fabelmans. Empire of Light vuole raccontare troppe storie: l’Inghilterra degli anni ’80, la malattia mentale, il razzismo. E diventa compositivo anche quando mostra i film, dalla prima di Momenti di gloria a Nessuno ci può fermare fino a Oltre il giardino. La scena in cui Hilary è da sola a vedere il film di Ashby con il giardiniere Peter Sellers che cammina nell’acqua è così bella, perfetta, commovente perché è costruita per essere bella, perfetta, commovente. E per rigetto, diventa paradossalmente ‘di troppo’. Così come la prova di Olivia Colman. Così brava che si mangia buona parte del film e agli altri bei personaggi (a cominciare dal promettente Micheal Ward), come a noi spettatori, lascia le briciole. Spesso la tecnica s’impossessa del personaggio: il castello di sabbia distrutto, l’attesa della polizia e i servizi sociali mentre è seduta su una sedia del proprio appartamento già pronta con la valigia. Si, un’interpretazione da Oscar. Di quelle sul modello degli anni ’50 e ’60, con i ruoli già pronti per la statuetta. L’atmosfera, anche attraente, resta al di fuori di quella vetrata. C’è la scrittura che ingombra così come il libro di Philip Larkin o la poesia di Alfred Tennyson o personaggi fin troppo caratterizati ma alla fine sfuggenti come il direttore interpretato da Colin Firth. Poteva essere L’ultimo spettacolo di Mendes. Il cineasta aveva tutte le carte in regola per farlo. I suoi film, quasi tutti belli, un paio bellissimi, sembrano usciti da quel proiettore, a cominciare da American Beauty, Empire of Light è un film sul cinema che invece esce dal cinema e dove l’irritazione e la puzza di bruciato prevalgono su una passione sicuramente autentica che qui diventa solo sfocata. Forse bisogna ripartire dai rumori prima che dai personaggi. E da lì che potrebbe ricominciare Empire of Lights.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
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Il voto dei lettori
2.25 (4 voti)
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