Ender's Game, di Gavin Hood

Gavin Hood (video)gioca palesemente con la dicotomia vecchio/nuovo medium, tirando in ballo una miriade di umori del cinema americano “passato” adattandoli alla crossmedialità attuale. Ender’s Game ha molti motivi d’interesse, ma manifesta anche un’asfissiante consapevolezza teorica che castra il cuore dei suoi stessi personaggi, in maniera esattamente opposta all’adorabile naiveté di John Carter

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Ender's GameSimulazione. Ci risiamo. Sembra proprio che la fantascienza contemporanea, dal fatidico Blade Runner in poi, non possa proprio più fare a meno di ragionare su questo concetto. Insomma ciò che stiamo vedendo, amando, combattendo, “vivendo”, è reale oppure no? È un’esperienza virtuale o tangibile? Ma c’è poi veramente una differenza in queste categorie? Ecco: Ender’s Game non solo parte da questi assunti, ma ne fa il palese raggio d’azione narrativo e configurativo entro cui immergere il suo spettatore. Il film (tratto dal romanzo di successo di Orson Scott Card, non a caso scritto a metà anni ’80) è di fatto un lunghissimo training per trovare/diventare il video-giocatore perfetto, l’unico in grado di sconfiggere il “mostro” alieno salvando la Terra. E chi se non un ragazzino? I nemici prima o poi attaccheranno di nuovo, c’è l’urgenza di trovare il nostro eroe, la “scuola di guerra” guidata dal potente Colonnello Graff (Harrison Ford) è aperta alle menti migliori dell’umanità. Il tredicenne Ender ha tutte le carte in regole per essere il “prescelto”.

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Veniamo al punto. Gavin Hood gioca intelligentemente e spudoratamente con lo statuto iconico di Harrison Ford, il protagonista incontrastato della sci-fi anni ‘70/’80, che da veterano delle guerre stellari e della caccia ai replicanti ora si trova a “testare” il suo erede. Ed è questa la trovata più interessante del film: il vecchio eroe è costantemente uno spettatore passivo e immobile (come quello cinematografico) che osserva le gesta di un nuovo eroe che interagisce attivamente con gli eventi in scena (il videogiocatore) e cambia i destini delle storie. Tutto il film gioca con la dicotomia vecchio/nuovo medium, tirando in ballo una miriade di umori del war movie passato (dall’addestramento alla Full Metal Jacket, alla scoperta in “sala” del nemico alla Apocalypse Now) adattandoli alla crossmedialità attuale e costruendo ponti tra vari linguaggi. Lo schermo non c’è più: l’esperienza simulata non ha più bisogno di filtri/finestre, l’occhio di Ender non può distinguere la guerra dalla videoguerra (i rimandi all’attuale simulacrialità dell’immagine della guerra sono evidenti) e ne pagherà amaramente le conseguenze.

Ender's GameCerto. Il film ha un suo indubbio fascino e Gavin Hood (dopo X Men le origini: Wolverine) ha ormai una innegabile padronanza del mezzo, riuscendo a destreggarsi non banalmente su territori strabattuti. Ma questo basta? Forse no. Perché il film manifesta anche un’asfissiante consapevolezza teorica che castra i sentimenti dei suoi personaggi, delle persone che ci sono dietro, in maniera esattamente opposta all’adorabile naiveté di John Carter. Questo è un film dove tutto è costantemente "spiegato", dove l’imponente apparato figurativo sembra pericolosamente subordinato al linguaggio che corteggia (i videogiochi) e dove tutto appare troppo pre-visto per sorprenderci sinceramente. Ender’s Game pone diversi dubbi straordinariamente contemporanei, ed è sicuramente interessante per questo, ma il cuore del cinema batte esattamente dall’altro lato. Oltre quel vetro che custodisce come una teca lo sguardo “ancora vivo” di Harrison Ford.

Titolo originale: id.

Regia: Gavin Hood

Interpreti: Asa Butterfield, Harrison Ford, Ben Kingsley, Viola Davis, Hailee Steinfield, Abigail Breslin

Origine: Usa, 2013

Distribuzione: Eagle Pictures

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