Enrico Vanzina racconta Variazioni Pop, la sua mostra d’artista

Lo sceneggiatore ci ha raccontato uno per uno i collage fotografici esposti a Torino nella sua mostra personale di “variazioni pop”: omaggi familiari e cinefili, ricordi personali e collettivi

«Questa in particolare contiene una serie di simboli, fra cui ho inserito in mezzo anche il libro che ho dedicato a Carlo, e so che mio fratello approverebbe», ci confida Enrico Vanzina. Sabato 11 settembre si è tenuta, presso la Galleria Biasutti & Biasutti di Torino, l’inaugurazione della mostra ENRICO VANZINA. VARIAZIONI POP, con la quale lo sceneggiatore si presenta alla stampa e al pubblico in un’inedita veste di artista figurativo. Un anno di lavoro per mettere insieme questa nutrita serie di collage digitali dedicata a icone del passato e attori del presente, intrecciate però a ricordi personali e suggestioni.
Perché tornare al pop nel 2021? «Perché per me quel mondo non è mai finito, è solo diventato un ricordo, ed ecco il motivo del bianco e nero». Da Giorgio Morandi a Marilyn Monroe, da Andy Warhol ad Alberto Sordi. Arte, cinema, letteratura. Ma anche cronaca e sogni. C’è un’intera vita interiore nelle fotografie che Vanzina ci mostra una alla volta. Ciascuna di esse ha una storia, un significato, «ma alcuni non li posso svelare perché sono molto personali». Non nasconde però i riferimenti più o meno espliciti all’eredità paterna: un’opera contiene la famosa pasta asciutta di Un americano a Roma, mentre un’altra il più segreto collage a mano che Steno fece di note coppie dello spettacolo del primo Novecento con l’appunto: “Quali sono i fratelli Lumière?”. Un gustoso reperto di famiglia, posto sull’immagine della sua libreria personale.


«Qui il nome di Flaiano compare spesso perché era un amico e veniva a casa nostra molto spesso». Altrove, nella Variazione Hopper, il divano del suo studio, catturato nell’ora del giorno in cui le ombre si stendono lunghe e malinconiche. Accenniamo all’autore che quella è particolarmente triste. «Ma tutte lo sono, a guardarle bene…». Viaggio nella memoria creativa di un uomo, la mostra convince e turba. Soprattutto il manichino registrato sotto casa, frutto di un’epifania di fronte a quella vetrina romana. Ma c’è anche moltissimo Enrico nei lavori presentati. «Vedrete medicine ovunque perché sono ipocondriaco», aggiunge ridendo. Mentre la sua preferita risulta la Variazione Conversazioni, dove un libro di interviste a Woody Allen affianca un telefono vintage e una penna. «Omaggio a un’epoca in cui le persone si parlavano».
Artisti di ogni luogo e periodo hanno cercato di raccogliere nelle loro opere l’impressione di uno sguardo. Il cineasta lo fa con ciò che gli è proprio, il racconto per immagini, e a modo suo riesce nell’intento. Lo seguiamo fino all’ultima Variazione: «Questa riunisce diversi scorci di New York, sovrapposti, con l’Empire State Building sullo sfondo perché volevo che avesse lo stesso senso di eternità del film di Warhol». E infatti la foto sembra avere come un movimento interno, siano le nuvole in cielo o il traffico sulle strade. Tutto è fermo nel tempo ma ogni cosa vive. Un po’ la sensazione che ci lascia l’intera mostra, con le sue nostalgie e le speranze, quando salutiamo Enrico Vanzina e ci avviamo sul Lungo Po in un bel tramonto di settembre.

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