Eraserhead. La mente che cancella, di David Lynch

David Lynch inizia a lavorare a Eraserhead nel ’71, a Los Angeles, nelle scuderie che all’epoca erano anche il suo dormitorio, mentre distribuiva giornali per arrotondare. Da un anno aveva lasciato Philadelphia, dove aveva realizzato i suoi primi corti, Six Men Getting Sick (1967) The Alphabet (1968) e The Grandmother (1970). Qui era vissuto tra “fabbriche, fumo, ferrovie, tavole calde” – alcuni dei motivi che ritroveremo in tutti i suoi film – e aveva sperimentato con moglie e figlia dell’angoscia, ma anche delle intuizioni, di fronte alla violenza e alla decadenza della città. I soldi erano pochi, la sua ostinazione feroce (per recuperare una tenda o alcuni bulloni per un’inquadratura Lynch era pronto a uscire in piena notte a rovistare nei bidoni dell’immondizia) e la sensazione, era quella di trovarsi in un universo terrificante – criminalità nelle strade, disagio nelle case – ma emozionante.
Eraserhead nasce da questo universo tangibile, ma solo per autogenerarsi come pianeta misterioso. Eppure familiare, come il nostro passato quando lo ricostruiamo da una certa distanza, o come il nostro futuro, quando ci sembra quasi di poterlo prevedere. E  soprattutto – sempre che si possa distinguere tra le due dimensioni temporali – quando cominciano a svanire di nuovo, non appena le “cose da fare” ci scagliano senza tanti complimenti nell’altro mondo, altro da quello che ogni tanto crediamo nostro… ovvero semplicemente tutto il resto: tutto ciò che continuava a pulsare mentre ci ritenevamo autoalimentati, come un generatore di corrente che ronza nel silenzio. Insomma, se ci fosse una possibilità di racconto dopo la morte, sarebbe difficile raccontare, anche a pochi minuti dalla sua fine, se la vita è stata propriamente un incubo o anche una luminosa epifania.

Eraserhead è il mio Scandalo a Filadelfia“* dice Lynch: e davvero lo stupefatto Henry Spencer, la testa fulminata di Eraserhead che si ritrova, prima ancora che padre di una deforme creatura indifesa, circondato da esseri ripugnanti e inconoscibili, rabbiosi, in preda al panico, però dediti in modi mostruosi a occupazioni del tutto quotidiane, è il fratello spirituale di uno di quegli uomini imbevuti del grigiore della sopravvivenza di periferia, che intanto implodono, avvolti in una tenebra onnipresente che sembra senza origine e senza fine, e un giorno si ri-svegliano in una famiglia aliena di cui non si decifrano le pretese. Troppo facile rifugiarsi nella definizione “surreale“. Passano 5 anni prima che il film venga completato, tra vuoti e pause forzate, dovute alla scarsità di fondi, assenze, scomparse, apparizioni (proprio come sul set privato di chiunque) da un piccolo gruppo essenziale: Lynch stesso, il protagonista Jack Nance con l’assistenza di sua moglie Catherine Coulson, il responsabile del suono e degli effetti speciali Alan Splet, Herbert Caldwell e Frederick Elmes per la fotografia, una troupe in cui poche persone si occupavano a turno di tutto, ma davvero di tutto, dai contributi al processo creativo ai dolly fino al makeup. Ancora un altro anno passerà prima della leggendaria proiezione di mezzanotte del 19 marzo 1977.

eraserhead lynchDa allora, dopo le primissime reazioni sgomente e alla lettera “disgustate”, la forza dirompente di questo film non mancherà di tornare a popolare per sempre il buio adorante e aperto del nostro cinematografo personale, il nostro blackout, quello che che macina senza interruzione desideri, urgenze, paure, delizie, e in un gioco dove è arduo dire chi ha fatto il primo passo, ci restituisce al cinema non appena molliamo la presa da ciò che chiamiamo “io”… Immerso in un tessuto sonoro fittissimo e pervasivo, che entra sottopelle e non lascia scampo, costruito pezzo su pezzo con effetti sonori artigianali, Eraserhead ci ha regalato la donna che vive nel radiatore, che spande in parti uguali minaccia dal viso deturpato e promessa energetica di salvezza dalla sua canzone: sta a noi.

eraserhead la mente che cancellaLynch ha affermato più volte (e l’affermazione vale per molti suoi film, se non tutti) che l’inizio è un momento cruciale in Eraserhead. La testa di Henry coincide e al tempo stesso non è una cosa sola con il (suo) pianeta, quel black planet in space che apre la sceneggiatura, e al tempo stesso il pianeta su cui ci troviamo, anche noi, quel cratere lunare, non può che essere il film stesso. Proprio dalle prime straordinarie sequenze del film parte Daniele Dottorini nel suo saggio** sulla natura pittorica di tutto il cinema lynchiano: partendo dall’inizio non solo come lo spazio – l’idea – da   cui nasce il film, ma anche come spazio abitato da una concezione di cinema che Lynch continuerà a perseguire da Eraserhead in poi. Questo spazio multiplo di mondi paralleli è indecifrabile allora solo finchè continuiamo a pensare di essere di fronte al “dispiegamento di un palcoscenico concepito per uno sguardo già esistente”***; non se assumiamo che il cinema è il  luogo, lo spazio stesso, quasi l’organismo vivente, la condizione necessaria e sufficiente perchè uno sguardo si possa creare. Allora viene il sospetto che il raccapriccio, il trincerarsi dietro a una presunta incomprensibilità e il rifiuto totale di fronte a un’opera come questa siano stati, quel giorno del ’77, o siano ancora oggi, soltanto la reazione di chi si ferisce da sè perchè si reclude in una Vergine di Norimberga, allarmi automatici, singhiozzi, pruriti ed escoriazioni di un corpo finalmente e giustamente nudo sottoposto alla dolce tortura del cinema, quando è radicale, quando ci spoglia, fino a mandare in cortocircuito tutte le nostre difese…

 

* The Philadelphia Story, George Cukor (1940). In CHRIS RODLEY, Lynch secondo Lynch, Baldini&Castoldi, 1998, tr. it. di Marco Borroni, p. 89

 

** DANIELE DOTTORINI, David Lynch: il cinema del sentire, Le Mani Editore, Genova, 2004, cfr. Altre realtà: Mondi, p. 45, p. 53, e Altre realtà: Meccanismi/Organismi, p. 105

 

*** Ivi, p. 46

 

Titolo originale: Eraserhead

Regia: David Lynch

Interpreti: Jack Nance, Charlotte Stewart, Allen Joseph, Jeane Bates,  V. Phipps Wilson

Distribuzione: Il Cinema Ritrovato – Cineteca di Bologna

Durata: 89′

Origine: Usa 1977