Erasmus in Gaza, di Chiara Avesani e Matteo Delbò

Presentato al nuovissimo Rome International Documentary Festival (RIDF), il documentario italiano è un interessante lavoro a metà fra il giornalismo d’inchiesta e il film di formazione. Intenso.

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Una storia apparentemente ordinaria, quella di uno studente universitario in partenza per l’Erasmus. Eppure nella storia di Riccardo Corradini c’è molto di stra-ordinario. Italiano, originario di Rovereto, Riccardo è stato il primo studente occidentale al mondo ad essere inserito all’interno dell’Islamic University of Gaza. In quanto laureando in medicina presso l’Università di Siena, il giovane ha ottenuto il permesso di restare quattro mesi a Gaza per perfezionare i suoi studi in chirurgia d’urgenza. Una scelta molto complessa e difficile, ma fermamente voluta da Riccardo, il quale solo raramente mostrerà segni di cedimento durante la sua permanenza in quella che è senza dubbio una delle aree più pericolose e sofferenti del pianeta. Erasmus in Gaza racconta quei mesi, mescolando la vita privata e quella professionale del suo protagonista, in un equilibrio perfetto fra dramma e commedia. I minuti scorrono tra momenti di ansia e paura alternati a situazioni comiche che sciolgono una tensione altrimenti troppo forte da sostenere. Questo permette al lungometraggio di raccontare per intero la storia di Riccardo, senza lasciare indietro nessun aspetto importante, ma al tempo stesso garantendo un approfondimento di alcune delle gioie e dei timori che un’esperienza di questa portata trascina con sé.

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Il documentario girato dalla copia di giornalisti/registi italiani è un magnifico esempio di come con una buona storia, anche il film più semplice può diventare eccellente. La regia è asciutta, precisa, puntuale come un reportage di guerra. Dal punto di vista meramente cinematografico quello che fa brillare Erasmus in Gaza è proprio questo suo essere così genuino da risultare disarmante nella sua capacità di toccare le corde più profonde dello spettatore senza utilizzare nessun tipo di strategia. Le parole di Riccardo, i suoi gesti, la sua quotidianità e i suoi incontri (specialmente quello con i suoi coinquilini, con il giovane medico Sadi e con l’intraprendente Jumana) fanno da ponte fra Occidente e Medio Oriente e permettono di vedere un luogo come Gaza attraverso gli occhi di qualcuno nato dalla “parte giusta” del mondo, cosa che raramente avviene. Ed è proprio questa vicinanza inevitabilmente percepita da chiunque guardi il film in Occidente che fa sì che il film funzioni alla perfezione nel mostrare quanto sia difficile anche solo immaginare una vita a Gaza. Il distacco che solitamente lo spettatore mantiene nel momento in cui ciò che sta guardando non lo riguarda direttamente è qui assente, in quanto si tratta della storia di qualcuno che non è nato in quel contesto e che quindi vive l’esperienza esattamente come la vivrebbero tutte le persone che di Gaza hanno soltanto sentito parlare al telegiornale. Intenso, diretto e con un perfetto taglio giornalistico, Erasmus in Gaza può essere considerato un enorme passo avanti per il dialogo fra culture.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
2.56 (9 voti)
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