Erin Brokovich – Forte come la verità, di Steven Soderbergh


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Titolo originale: Erin Brockovich
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Susannah Grant
Fotografia: Ed Lachman
Montaggio: Anne V. Coates
Musiche: Thomas Newman
Scenografia: Phil Messina
Costumi: Jeffrey Kurland
Interpreti: Julia Roberts (Erin Brockovich), Albert Finney (Ed Masry), Aaron Eckhart (George), Marc Helgenberger (Donna Jensen), Cherry Jones (Pamela Duncan), Peter Coyote (Kurt Potter), Scotty Leavenworth (Matthew), Gemmene De La Peña (Katie)
Produzione: Danny De Vito, Michael Shamberg, Stacey Sher per Jersey Films
Distribuzione: Columbia Tristar Films Italia
Durata: 130'
Origine: Usa, 1999

Incostante e imperfetto, il cinema di Steven Soderbergh riesce quasi sempre a realizzare un precario equilibrio di invenzione e di realismo, sfiorando soltanto i codici, le regole e le convenzioni, per lasciare invece trasparire uno sguardo riconoscibile e coerente, di film in film.
Succede, allora, che nelle immagini dell'ultimo Erin Brockovich si possano riconoscere i tratti di una filmografia ormai ricca, che non ha disdegnato di saltare tra i generi, di abbracciare mode e tendenze, e di fare propri gli stili più diversi, ma che, a questo punto, riesce facilmente a mostrare il profilo di un più ampio progetto. Quello di un cinema sgranato e forse anche un po' trascurato, che predilige realtà marginali, storie raccontate a mezza voce, essenziali, come arse dal sole che invade lo schermo, annulla le profondità e priva le cose dei loro colori. Un complice gioco di sottrazioni che l'uso sistematico della camera fissa accentua, puntando lo sguardo sui corpi che si muovono e che definiscono le traiettorie geometriche di uno spazio altrimenti caotico.
E così questo film, che racconta storie di battaglie legali di gente semplice contro i colossi dell'industria, trova una sua collocazione tra l'epica statuaria di The Insider di Michael Mann e la poesia di luci e colori di L'uomo della pioggia di Francis Ford Coppola, condividendo con entrambi un lontano, quanto solido, senso di classicità. Erin Brockovich illude dolcemente lo spettatore, nel suo veloce trascorrere di primi piani, di silenzi, di attimi vuoti e assonnati, come a voler ripetere nella messa in forma di una vicenda realmente accaduta, la dimensione lenta e isolata di un paesaggio che soltanto il cinema può capire e restituire in immagini. Perché l'essenza più autentica di questo film deve essere cercata proprio nella trasformazione di un ambiente da oggetto del quotidiano in teatro di un evento che il film contribuisce a portare alla luce.

Grazia Paganelli

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