Ero in guerra ma non lo sapevo, di Fabio Resinaro

Dalla storia vera del gioielliere ucciso a Milano nel 1979, un film che controlla eccessivamente l’azione e la tensione e carica eccessivamente l’interpretazione di Montanari. Da oggi in sala.

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L’immagine di un orologio che si ferma in una stanza della casa di Pierluigi Torregiani. Ci sono due tempi soggettivi differenti in Ero in guerra ma non lo sapevo. Da una parte c’è quello che coincide con l’immagine pubblica del protagonista, che corre tra la seconda gioielleria che sta per aprire e le televendite. Dall’altra quello più intimo, familiare, che cerca di rallentare la velocità come si può vedere in una delle scene del film quando prepara la colazione per tutta la famiglia.

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Ero in guerra ma non lo sapevo è ambientato a Milano nel 1979 e ripercorre gli ultimi giorni della vita del gioielliere Pierluigi Torregiani. Il 22 gennaio scampa miracolosamente a una rapina a un ristorante dove si trova in compagnia di un gruppo di persone tra cui c’è la figlia Marisa. Muore uno dei banditi e, anche se non è stato lui a sparare, viene attaccato dalla stampa che lo definisce un ‘giustiziere borghese’ e soprattutto finisce nel mirino dei P.,A.C. (Proletari Armati per il Comunismo), un gruppo terrorista di estrema sinistra dove tra i membri più famosi c’era Cesare Battisti che ha individuato proprio nel gioielliere un bersaglio da punire. Da quel momento la sua vita diventa un inferno fino al 16 febbraio, giorno in cui viene assassinato.

Ispirato al libro omonimo di Alberto Dabrazzi Torregiani (uno dei tre figli adottivi di Torregiani che è rimasto paralizzato il giorno dell’agguato in cui ha perso la vita il padre) e Stefano Rabozzi, Ero in guerra ma non lo sapevo cerca una strada tra il poliziottesco e il cinema civile, ma resta a metà strada. Il primo è più visibile, oltre al momento dell’entrata in scena della polizia che deve fare da scorta al protagonista, nelle immagini in cui Torregiani esce di casa con la sua famiglia. Il secondo invece è più evidente nell’immagine pubblica del gioielliere, soprattutto nel momento in cui diventa un nemico politico da abbattere. Entrambi i generi però sono appena abbozzati. Si avverte solo debolmente l’azione nel poliziottesco e la tensione del cinema civile e nei colori cupi della fotografia di Paolo Bellan dove però non c’è l’impeto e quella narrazione robusta di come è stato mostrato, per esempio, il caso Ambrosoli da Placido in Un eroe borghese.

Ben più interessante l’atmosfera di decadenza di un mondo, il  boom economico, che sta per finire. L’ambientazione è simile al più riuscito Appunti di un venditore di donne dove la Milano degli anni ’70 aveva i toni più definiti di un noir. Ma soprattutto Resinaro trova gli squarci d’inferno negli sguardi di Torregiani verso il telefono che squilla. Davanti a lui non c’è più nulla. Diventa come il personaggio del soldato in Afghanistan  interpretato da Armie Hammer che non si può muovere perché una mina rischia di farlo saltare in aria in Mine. Resinaro potrebbe impossessarsi di quella storia vera, rivoltarla e personalizzarla. Ma ci riesce solo a tratti. Montanari, che si appropria del dialetto milanese, rischia di essere fin troppo ingombrante come si vede nella scenata per il compleanno del figliio mentre Laura Chiatti, al contrario, resta troppo ai margini. In più l’epilogo, tra premonizioni e ralenti con le chiavi che cadono a terra, è fin troppo spettacolarizzato. È sempre una questione di tempi diversi, di strade da seguire. Ero in guerra ma non lo sapevo cambia troppe volte direzione.

 

Regia: Fabio Resinaro
Interpreti: Francesco Montanari, Laura Chiatti, Gianluca Gobbi, Pier Giorgio Bellocchio, Stefano Fregni, Luca Guastini, Alessandro Tocco, Maria Vittoria Dallasta, Juju Di Domenico
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 93′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.4
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Il voto dei lettori
3 (18 voti)
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