Escape Room 2 – Gioco mortale, di Adam Robitel

Il sequel del thriller campione d’incassi del 2019 vorrebbe avere il passo dei blockbuster d’autore ma non riesce ad andare oltre il suo concept, rimanendo prigioniero della coazione a ripetere

A posteriori, Escape Room 2 – Gioco mortale, sembra un film costretto ad assumere un’identità di cui lui per primo è incerto. Il sequel di Escape Room, piccola, inattesa hit del 2019, capace di incassare circa quindici volte il suo budget, vorrebbe essere il secondo capitolo di una promettente saga young adult ma non riesce a nascondere quanto il suo concept sia inadatto ad una narrazione di ampio respiro. Il film di Adam Robitel dialoga con le logiche della Franchise Age a fatica, più per obbligo che spinto dalla volontà di lavorare ad un prodotto che potrebbe essere ambiziosa sintesi dell’immaginario di certo thriller di confine recente (tra Hostel, The Cube e l’immancabile Saw) fatto a misura del pubblico teen. A raccontare l’incapacità di Escape Room 2 di andare oltre la sua stessa natura è forse la gestione della storyline: al centro del racconto ci sono Zoey e Ben, unici sopravvissuti del primo episodio stavolta impegnati in una caccia all’uomo contro la folle corporation Minos, che ha concepito quelle trappole mortali. Piuttosto però che sfruttare l’indagine come spunto per dare ariosità al racconto o per destrutturarne gli elementi essenziali, l’inchiesta dei due protagonisti è solo un pretesto per intrappolarli in una nuova serie di Stanze, stavolta insieme ad altri precedenti vincitori dello stesso gioco.

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Escape Room 2 fraintende il sistema alla base del cinema dei franchise ed invece che esplorare le potenzialità del racconto, si ripiega su sé stesso ed opta per una versione massimalista della pellicola precedente, priva però del suo affascinante dialogo con gli stilemi del genere teen e pronta a rifugiarsi in alcune buone intuizioni del prototipo (come la gestione dei momenti tensivi) che il film ripropone pericolosamente in serie lungo il racconto, fino a svuotarle di senso. Ad aver tratto forse il meglio dalla metamorfosi di Escape Room 2 è forse Adam Robitel, la cui messa in scena esalta i valori produttivi straordinariamente alti di un film che prende corpo attorno a set complessi fino al parossismo.

Da un certo punto di vista, Escape Room 2 è un affascinante quanto inconsapevole saggio visivo sulle potenzialità di un cinema che costruisce mondi e piega la realtà attraverso la tecnica, una lettura di cui però nessuno sembra percepire la profondità concettuale, privando il film della possibilità di affrancarsi dai prodotti coevi e lasciandolo prigioniero nella coazione a ripetere del suo stesso, labilissimo concept.

Artefatto come le stanze che vuole raccontare, Escape Room 2 maschera, dietro alle citazioni alte o agli affascinanti spunti concettuali, la sua insicurezza nell’approfondire molti degli elementi necessari a dare profondità ad una narrazione che, sebbene appena iniziata pare già piena di dubbi sul suo futuro. E allora, di questo passo, forse ciò che risalta di più in Escape Room 2 è l’inquietante immobilità della sua natura profonda, forse ancora più appariscente, rumorosa, se lo si pone a contatto con un cinema popolare mai così liquido e in costante evoluzione.

Titolo originale: Escape Room – Tournament Of Champions
Regia: Adam Robitel
Interpreti: Taylor Russell, Logan Miller, Indya Moore, Carlito Olivero, Deborah Ann Wolf, Thomas Cocquerer
Distribuzione: Warner Bros.
Durata: 88′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (2 voti)
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