Escobar, di Andrea Di Stefano

Al di là del dualismo forse un po’ troppo accentuato tra i protagonisti, che soffoca la riflessione su una realtà sociale, l’opera prima di Di Stefano colpisce per la sua coerenza

Un esordio alla regia convincente per l’attore Andrea Di Stefano (molti forse lo ricorderanno nel ruolo da protagonista del Principe di Homburg di Bellocchio) che valica i confini italiani con un progetto europeo dal cast internazionale. Escobar, infatti, è una coproduzione tra Francia, Spagna e Belgio e, come suggerisce il titolo, ruota intorno alla figura del famoso narcotrafficante colombiano interpretato da Benicio Del Toro. Però, ed è qui la prima buona intuizione, non si tratta della classica ricostruzione storico-biografica che ripercorre le fasi più importanti della sua vita: il film, che si muove avanti e indietro nel tempo, in realtà si concentra sugli ultimi anni quando il criminale decide di consegnarsi alle autorità per evitare l’estradizione. Per raccontare la storia, ed eccoci al secondo guizzo d’originalità, il regista adotta il punto di vista di Nick (Josh Hutcherson, il Peeta Mellark di Hunger Games), un giovane surfista canadese che si innamora di Maria (Claudia Traisac), la dolce nipote di Escobar. Quando i due si fidanzano, Nick entra a far parte della sua grande famiglia, fagocitato pian piano in un vortice di violenza e corruzione.

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La materia narrativa che Di Stefano mette in scena rientra nei canoni del thriller politico con una forte incursione del melodramma stemperato da qualche accenno di humour. Il personaggio di Escobar assume uno spessore ancora più tragico grazie alla scelta di presentarlo sempre in secondo piano rispetto agli eventi, mettendo in evidenza luci e ombre della natura umana. Ai momenti di spensierata felicità che trascorre insieme ai suoi cari (gioca in piscina con i nipoti, dedica una canzone d’amore alla moglie) si alternando episodi di spietata crudeltà e frammenti di religioso pentimento. Benicio Del Toro traduce perfettamente queste contraddizioni interne attraverso una fisicità imponente e intimidatoria, un tono di voce sommesso e al tempo stesso perentorio, e una gestualità minimalista che non lascia spazio a equivoci. La sua presenza e il contesto privato in cui viene mostrato non possono non far pensare al Padrino. Ma se la saga coppoliana gode di un respiro corale estremamente affascinante nei suoi tempi dilatati, Escobar si accosta più al cinema contemporaneo con il suo montaggio serrato e una tensione costante. Al di là del dualismo forse un po’ troppo accentuato tra i protagonisti, che soffoca la riflessione su una realtà sociale profondamente mutata, l’opera prima di Di Stefano colpisce per la sua coerenza che evita inutili abbellimenti estetici e si regge su una solida performance attoriale.

 

Titolo originale: Escobar: Paradise Lost

Regia: Andrea Di Stefano

Interpreti: Benicio Del Toro, John Hutcherson, Carlos Bardem, Caludia Traisac

Origine: Francia, Spagna, Belgio, Panama

Distribuzione: Good Films

Durata: 120′